giovedì 3 aprile 2008

Per un Tibet libero in una Cina libera in un libero mondo.




Fa piacere pensare che le Olimpiadi portino male ai regimi. Ho la sensazione che una buona parte del clan di comando della Cina capital-comunista stia maledicendo il momento in cui gli è saltato in mente di candidarsi all’ospitalità dei giochi olimpici. Ho la gradevole sensazione che i mandarini convinti di poter ridurre i giochi a una puerile attrazione turistica e di poter utilizzare come nuovo “oppio per i popoli” le opere faraoniche testé realizzate per abbagliare l’opinione pubblica e far dimenticare l’intollerabilità della dittatura più oppressiva e disumana del mondo contemporaneo comincino a pensare di aver fatto molto male i propri conti.
Con buona pace di tutti i nemici della globalizzazione, è solo la globalizzazione che ha consentito di trasformare questi mesi di cerimonie e tamtam olimpico-mediatico in una imprevista campagna per l’affermazione dei diritti umani in Cina e in tutto il mondo.
Nell’epoca del commercio globale - che veicola insieme alle merci anche linguaggi, culture, idee, esperienze, punti di vista e valori – e dell’informazione via Internet – che rende impraticabile ed inefficace qualsiasi forma di censura – era inevitabile che i semini di dissenso sepolti da metri di silenzio e di rimozione sbocciassero all’improvviso irruenti ed incontenibili come ogni primavera.
E così, nel giro di poche settimane, la dimostrazione che un piccolo gruppo di tibetani aveva organizzato (come, tra l’altro, ha fatto ogni anno) per ricordare a se stessi più che al mondo il proprio stato di prigionieri e di oppressi ha innescato una catena di eventi i cui risultati sono finora i seguenti:
il tema delle prossime Olimpiadi saranno i diritti umani, quelli dei tibetani, dei cinesi e degli oppressi di ogni parte del mondo, ed i manager di regime non ci potranno fare un bel niente;
la cerimonia di accensione della fiamma olimpica è diventata l’occasione di sventolare in diretta mondiale l’emblema dei cinque cerchi dello sport trasformati in cinque anelli di manette, ed i 42 secondi di differita che i registi cinesi si sono presi per cancellare le immagini nel loro paese non hanno impedito che la notizia dello schiaffo abbia fatto il giro del pianeta, giungendo (ne sono convinto) fino ai più remoti villaggi del “regno di mezzo”;
l’atleta indiano designato per portare la torcia nel suo paese ha rifiutato clamorosamente il compito, come atto di resistenza nonviolenta e di solidarietà verso i fratelli tibetani;
gli impresari di regime sono stati costretti ad annullare il concerto di Celine Dion previsto per l’apertura dei giochi, terrorizzati dall’idea che la cantante potesse approfittare dell’occasione per lanciare qualche slogan fuori programma;
Francia, Inghilterra e l’Unione Europea nel suo insieme (non proprio le ultime entità statuali del pianeta, quindi) stanno valutando seriamente l’ipotesi di non presenziare alla cerimonia di apertura dei giochi, cioè all’evento mediaticamente più importante dell’intero calendario olimpico;
sono da considerarsi oramai estremamente probabili atti dimostrativi più o meno eclatanti da parte delle delegazioni in gara.

Il Dalai Lama ha chiesto di non boicottare i giochi. Ha ragione. I giochi non vanno boicottati, vanno utilizzati come una straordinaria occasione di propaganda. Bisogna andare in Cina, essere fisicamente sotto le telecamere dei media di tutto il mondo e parlare, gridare, mostrare slogan, essere uno spillo nel fianco del regime, trasformare i giorni delle gare in un tormento per gli addetti alla censura, far sì che ogni turista diventi testimone di un mondo libero che chiede libertà, un vero e proprio agente di contagio per ogni singolo cinese con cui verrà in contatto.
I regimi vivono di proibizioni, di repressioni ma soprattutto di rimozioni. Nessuna dittatura è mai sopravvissuta alla rivolta delle masse e le masse si tengono buone solo se si garantisce loro di mettere qualcosa nella pancia tutti i giorni e se si costruisce intorno a loro un cuscinetto di silenzio, di disinformazione e di condizionamento ideologico che le preservi dal contatto con l’idea e l’esperienza della libertà. Perciò le dittature temono più di ogni altra cosa la contaminazione tra i popoli. Ma i mandarini del regime saranno costretti ad imparare che, una volta aperte le porte dei flussi commerciali, entrano nel paese come un torrente in piena anche idee, aspirazioni e valori. Dovranno imparare che ogni singola merce scambiata porta con sé l’eco del mondo che l’ha prodotta e che, una volta trasformati i cinesi in consumatori abituati a scegliere nella varietà del mercato, sarà impossibile trattenerli dal voler scegliere anche in tutte le altre faccende della loro vita privata e sociale.

Ma perché occuparsi di ciò che accade in Tibet è importante per noi?
Non solo perché in questo momento è l’unico antidoto che abbiamo contro la tossicità di una campagna elettorale che sta mettendo a nudo senza vergogna tutta la mediocrità, la fiacchezza spirituale e la povertà umana dell’Italia, devastata da quindici anni di seconda repubblica.
Non solo perché ci aiuta a tenere aperta la porta della mente che si affaccia sui grandi temi e che ogni volta siamo abituati a richiudere non appena i media ritengono che la faccenda non faccia più abbastanza audience.
Ci siamo occupati per qualche giorno di Birmania e poi l’abbiamo rispedita nello sgabuzzino della nostra ignoranza. Per qualche ora abbiamo saputo dove si trovava il Kenya e che diavolo stava succedendo laggiù, e poi siamo tornati ad occuparci di berlusconi. Così, negli anni, di tanto in tanto, ci è stato ricordato dell’esistenza di posti terribili come lo Zimbabwe, la Somalia, l’Angola, il Ruanda, ci è stato raccontato di quello che la razza umana è stata capace di fare in Bosnia o in Kosovo e di quello che continua a fare in Cina. Ma poi, ogni volta, i fari della tv si sono spenti e con loro anche il nostro interesse, tutti assorbiti come siamo da quanto guadagnano i parlamentari, da vallettopoli e da che cosa hanno dichiarato oggi calderoli e fassino.

Occuparci del Tibet non è solo un modo di essere solidali con l’ennesimo popolo sottoposto a sistematica cancellazione dall’ennesimo regime. Non è solo un modo di conoscere un po’ ciò che accade nello stato più popoloso, economicamente più dinamico e politicamente più inquietante del pianeta. Serve soprattutto a preservarci un po’ dall’imbarbarimento. A ricordarci che siamo uomini solo in quanto siamo capaci di sentire come destino comune il destino degli altri uomini, di emozionarci insieme a loro, di soffrire insieme a loro, ovunque si trovino. Serve a disintossicarci dai veleni di una decadenza civile e morale inarrestabile, che ha trasformato la vita pubblica del paese in un’arena patetica fatta di liste contro l’aborto e di vaffanculo-day.
I monaci che si lasciano picchiare e uccidere per difendere il diritto dei popoli a vivere in pace e in libertà stanno lottando per me almeno quanto stanno lottando per i tibetani, per i birmani, per i cinesi. Ed è anche a me che si rivolge l’atleta che sente di dover dimostrare a tutto il mondo con un gesto nonviolento ma netto e forte il suo dolore per quelli che considera fratelli.
Questo è il grande miracolo della globalizzazione, dell’interconnessione totale che sempre più unisce il genere umano e sta aprendo nuove strade alla sua evoluzione.
E allora occupiamoci del Tibet. Occupiamoci della Cina. E dell’Africa e dell’America e della Russia e di tutti gli inferni di disumanizzazione ed oppressione che feriscono l’umanità. Ma facciamolo soprattutto per noi stessi, per un nostro bisogno, per la nostra liberazione, per dare equilibrio, ricchezza e igiene al trascorrere della nostra vita quotidiana e risalire la corrente che ci sta trascinando fuori dalla dignità e dalla storia.

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