martedì 16 settembre 2008
Gli esperti - [L'economia del terrore - 2]
Ma chi sono esattamente gli “esperti”? Sono una categoria di individui che godono di un vantaggio informativo nei nostri confronti e lo usano per venire incontro alle esigenze del profano che si rivolge a loro, soddisfacendole al miglior prezzo possibile.
Ora, non è che io teorizzi il ritorno all’età della pietra e neppure ad un’economia priva di specializzazione del lavoro e delle competenze. Solamente mi chiedo:
1- considerato che gli “esperti” sono esseri umani come me e voi e che tutti gli esseri umani agiscono sulla base di incentivi, fino a che punto l’asimmetria informativa che sussiste tra me e l’esperto può garantirmi che l’incentivo sulla base del quale egli opera sia in effetti il mio vantaggio di cliente pagante?
2- considerato lo stato di asimmetria informativa che fa dell’esperto un esperto e di me un cliente, come posso io stabilire quanto sia effettivamente esperto l’esperto, quanto siano attendibili le sue asserzioni e dunque quanta parte di ciò che egli sostiene deriva dal sapere e non dal suo interesse personale nello scambio economico che sta intrattenendo con me?
3- siamo proprio sicuri che nel corso di una vita ordinaria un individuo abbia effettivamente bisogno del gigantesco numero di esperti che la società del nostro tempo ci propone/impone?
4- siamo altrettanto sicuri che il nostro attuale livello di dipendenza dagli “esperti” sia compatibile con ciò che chiamiamo democrazia e libertà?
Di tanto in tanto, veniamo informati dalla tivvù che un bel po’ di gente si è trovata col culo per terra per aver affidato i propri risparmi a determinati “esperti” di investimenti finanziari, fondi previdenziali, assicurazioni sulla vita, titoli argentini e bond parmalat. Oppure scopriamo che certi vini promossi a tamburo battente dagli “esperti” sommelier che inondano oramai tutti i programmi televisivi sono fatti con prodotti per detersivi. Oppure veniamo a sapere che una certa parte dei medici di base prescrive medicine inutili al solo scopo di accontentare le ditte farmaceutiche e farsi regalare un portatile o una settimana all inclusive in un villaggio turistico in Tunisia. Oppure che esistono cliniche dove si fanno interventi ed asportazioni chirurgiche assolutamente prive di ragione e magari dagli effetti letali solo per aumentare gli importi dei rimborsi del sistema sanitario nazionale.
E poi, naturalmente, c’è quella particolare categoria di “esperti” che sono i politici. Sono gli “esperti” del nostro bene, dell’amministrazione del denaro pubblico, a cui demandiamo le scelte che condizionano la qualità della nostra vita. Essi sanno e comprendono ciò che noi individui comuni non abbiamo il tempo di sapere e comprendere e dunque li deleghiamo a decidere. Salvo poi realizzare che le loro decisioni non rispondono alle esigenze del popolo (l’entità mitologica più evocata dalla retorica…) bensì – nell’ipotesi più ottimistica - a quelle di interessi corporativi e gruppi di pressione organizzati, ovvero – nell’ipotesi più pessimistica – a quelli loro personali o a quelli della mafia.
Come dobbiamo interpretare questo stato di continuo affidamento dei nostri interessi a classi di individui che per definizione hanno spesso interessi diversi e contrastanti con i nostri? Come dobbiamo interpretare lo stupore e la meraviglia (il senso di indignazione) con cui l’opinione pubblica reagisce ogni volta che si scopre l’ovvio?
Facciamo attenzione. Il mio discorso può sembrare banale ma la scienza economica non lo considera affatto tale. Ci sono economisti che hanno vinto cospicui premi Nobel per aver formalizzato e discusso in modo rigoroso il tipo di problemi di cui cerco di parlare.
Ad esempio, c’è una teoria molto interessante che ci dice che gli attori della dinamica della scelta pubblica in un sistema democratico (politici, elettori, burocrati) non agiscono mai in vista di un interesse collettivo ma danno sempre priorità a vantaggi personali (prestigio, ricchezza, potere, benefici fiscali). La teoria ci dice anche che lo stato è impossibilitato a fornire beni e servizi efficienti senza incappare in ingenti sprechi di risorse finanziarie e che i burocrati tenderanno sempre a sfruttare la propria posizione vantaggiosa - che consente loro di determinare da soli il budget di spesa dei propri uffici in quanto “esperti”! – per ingrandirli sempre di più e raggiungere il prestigio sociale di "imprenditori capaci", dal momento che non possono appropriarsi dei profitti conseguiti dal loro lavoro. E infine questa teoria economica veramente notevole (perché straordinariamente rispondente alla percezione comune dei fatti) dimostra che la presenza in una economia di mercato di un governo e di una burocrazia è sempre fonte di privilegi che alterano le dinamiche della concorrenza e dunque innescano un meccanismo per il quale gli attori economici tenderanno ad investire le proprie risorse nella ricerca delle rendite e dei vantaggi delle posizioni monopolistiche piuttosto che nei rischi del confronto e del libero scambio.
Trovo che il premio Nobel assegnato a James Buchanan (l’ideatore di questa teoria) fu davvero meritato.
C’è poi un’altra teoria (che valse un altro premio Nobel) che dimostra che in una società democratica in cui gli individui sono chiamati a compiere scelte per il benessere collettivo (come, ad esempio, eleggere un governo), se gli individui sono almeno due e le scelte possibili almeno tre non è possibile (si tratta di un’impossibilità dimostrata per via logica e matematica) trovare un metodo (una cosiddetta funzione di scelta sociale) che trasformi le scelte individuali in una scelta globale coerente con le aspettative e gli interessi della maggioranza. A determinare questa impossibilità è la condizione che la scelta sociale avvenga in maniera democratica, che essa cioè soddisfi proprio i requisiti essenziali di ciò che chiamiamo democrazia! I risultati pratici di questa teoria sono più o meno i seguenti: 1) non esiste un sistema elettorale equo; 2) ogni sistema elettorale è manipolabile; 3) la democrazia rappresentativa non può mai essere rappresentativa.
Trovo che anche il Nobel dato a Kenneth Arrow fu più che meritato.
Se consideriamo congiuntamente i risultati di queste due importanti teorie della moderna economia politica, ci rendiamo conto che quelle classi di “esperti” a cui affidiamo l’amministrazione dell’interesse collettivo, presumendo di farlo in modo efficientemente democratico, compiono le proprie scelte ed agiscono in base a valutazioni, interessi e sistemi di incentivi che sono spesso strutturalmente in conflitto con i nostri (dove per “nostri” intendo della gran massa di persone che sono escluse da ruoli dirigenti nella società e non posseggono vantaggi informativi generali rispetto alla collettività).
Ma il probelma del nostro rapporto di dipendenza dagli “esperti” è più generale di quello della nostra dipendenza dal governo. E per discuterlo voglio fare riferimento ancora ad un’altra teoria economica, il cui esempio classico rappresenta bene secondo me ciò che voglio mettere in evidenza.
Si tratta della teoria della cosiddetta “adverse selction” di Geoge Akerlof (anche lui, manco a dirlo, premio Nobel). È una teoria oggi basilare in qualunque corso di microeconomia, in quanto considerata decisamente robusta e ben sviluppata. Il ragionamento di base è semplice e viene usualmente esemplificato con un riferimento al mercato delle auto usate.
Gli acquirenti di auto usate non possono sapere, in generale, se stanno acquistando un "bidone" o un'auto buona. Se fossero degli “esperti” magari riuscirebbero a saperlo, ma in generale non lo sono, contrariamente a chi invece le auto usate le vende. Quindi, agendo razionalmente, gli acquirenti calcolano la probabilità che l’auto che stanno per acquistare sia un bidone ed in base a tale probabilità determinano quello che per loro è il giusto prezzo dell’auto, che sarà quindi sempre compreso tra quello dei bidoni e quello delle auto buone. Gli acquirenti, cioè, poiché sanno che una certa parte delle auto in vendita è sicuramente un bidone, tendono a diffidare dei venditori e traducono questa diffidenza in una valutazione probabilistica che abbassa il prezzo a cui sono disposti a compiere lo scambio. Ma questo comportamento fa sì che, se i venditori vendono davvero auto buone, allora sono costretti a cederle per un prezzo inferiore al loro effettivo valore. E allora la loro convenienza è senz’altro quella di vendere quanti più bidoni è possibile. Gli acquirenti si accorgono di questa tendenza e non sono più disposti a pagare nemmeno il prezzo di prima. Il prezzo perciò scende sempre di più e allora sempre più bidoni sono messi in vendita, fino al caso estremo nel quale le auto buone non sono vendute affatto e sul mercato si trovano soltanto bidoni!
Questo effetto perverso, per il quale in condizioni di asimmetria informativa la scelta razionale dell’acquirente (ossia della parte che ha meno informazioni) si ritorce contro i suoi stessi interessi, domina secondo me tutte le nostre relazioni con gli “esperti”. Gli “esperti” sono per definizione coloro che posseggono informazioni che noi non possediamo e sono pertanto oggetto della nostra legittima diffidenza. Nel comunicare con noi, gli “esperti” sono sempre chiamati a scegliere tra una comunicazione per così dire “obiettiva”, che tenga conto effettivamente del sapere di cui essi sono esperti e che esprime una valutazione nel nostro interesse, ed una comunicazione per così dire “manipolativa” che serve invece unicamente i loro interessi. Ma poiché la nostra legittima diffidenza nei loro confronti tende a comprimere il loro ruolo sociale e a contrastare con il loro interesse all’affermazione personale, essi sono indotti a manipolare sempre le proprie comunicazioni per proteggere ed accrescere i propri vantaggi individuali.
Questo e non altro spiega la strutturale inattendibilità di tutto ciò che i politici sostengono in pubblico nonché la strutturale inattendibilità di tutto ciò che l’industria della ricerca scientifica propone all’opinione pubblica: il diffuso disprezzo verso la categoria dei governanti ed il disinteresse verso la scienza e i suoi risultati, fa sì che gli “esperti” di questo settore siano per definizione indotti a manipolare le proprie valutazioni e comunicazioni pubbliche in modo tale da accrescere la loro indispensabilità e la nostra dipendenza da loro. Essi non fanno altro che autoproteggersi rispetto ad un’opinione pubblica che farebbe volentieri a meno di loro. E per questo spingono sempre più su il livello della tensione e dell’apprensione sociale, creando un giorno sì e uno minacce di catastrofi inimmaginabili, a uso e consumo delle masse disinformate.
La relazione asimmetrica tra noi e gli “esperti” è strutturata però in modo tale che più cresce la nostra dipendenza dagli “esperti”, più cresce la nostra diffidenza verso di loro (il legittimo sospetto che agiscano per i loro esclusivi interessi) e, dunque, più essi sono indotti a tirarci bidoni!
La mia opinione è che le cose si siano spinte così avanti che praticamente tutte le comunicazioni che ci arrivano dai centri del potere “esperto” organizzato (in particolare dall’establishment politico e da quello scientifico) siano da considerarsi a tutti gli effetti dei bidoni, almeno fino a una solidissima prova contraria.
È la dipendenza a determinare tutto ciò. È la dipendenza da “esperti” che si arrogano il diritto (e spesso lo traducono in legge) di decidere per il nostro bene (che cosa mangiare, che cosa consumare, quali fonti di energia adoperare, in che tipo di ambiente vivere, quali sostanze adoperare, quali terapie adottare per i nostri malanni, ecc…) che ha generato il livello di inattendibilità di tutto ciò che ci proviene dall’ “istituzione” e, specularmente, il livello di diffidenza e scollamento delle masse da tutto ciò che svolge a vario titolo una funzione dirigente nella società.
Dipendenza e qualunquismo, sottomissione conformista al potere e intolleranza violenta ad ogni forma di autorità normante, sono solo facce diverse della medesima medaglia.
Come si esce dal vicolo cieco in cui le nostre dinamiche sociali sembra ci abbiano ficcato?
Banalmente, se il problema è la nostra dipendenza da classi di individui con interessi raramente coincidenti con i nostri e da cui simao separati da un grosso divario infomrativo, le soluzioni non possono che essere le seguenti:
1- colmare quanto più possibile il divario informativo che ci separa dagli “esperti”, cercando di reperire informazioni, acquisendo sapere e irrobustendo gli strumenti del nostro ragionamento critico;
2- ridurre il più possibile l’indispensabilità degli “esperti”, riappropriandoci del maggior numero possibile di quelle abilità necessarie al vivere che abbiamo delegato ad altri e valutando sempre con molta sospettosità chiunque ci dica che abbiamo bisogno di rivolgerci a lui per decidere di questo o di quest’altro.
A queste due soluzioni ne aggiungerei una terza, in forma di precetto morale universale: una sana e vaga diffidenza verso ogni essere umano in quanto tale.
Colmare il divario informativo che ci separa dagli “esperti” può essere faticoso ma è tutt’altro che difficile. Mai l’umanità ha avuto le possibilità di accesso al sapere che l’interconnessione telematica del mondo oggi garantisce. È da coglioni non approfittarne. L’inidipendenza e la libertà hanno un costo, come tutte le cose che valgono. Il loro prezzo oggi è lo sforzo di diventari uomini colti, nel senso primo e autentico di quest’aggettivo, ossia uomini capaci di procurarsi in ogni momento gli strumenti per sviluppare da sé ragionamenti critici e ben fondati in base ai quali assumere le proprie determinazioni.
Ridurre l’indipsensabilità degli “esperti” è invece un po’ più complicato, per il fatto che troppo spesso questa indispensabilità è costruita e protetta dal potere pubblico. È lo stato che ci impone molte relazioni di dipendenza di cui, personalmente, farei volentieri a meno. È lo stato che pone enormi ostacoli all’autodeterminazione degli individui, assumendosi l’inspiegabile e pazzesco “dovere” di assistere gli uomini da quando sono ancora nel ventre materno fino a quando finiscono chiusi in una bara. Dietro la ridicola pretesa di prendersi cura delle persone lo stato moderno ha costruito apparati di norme e istituzioni che sollevano l’individuo dalla cura e dalla consapevolezza dei suoi più elementari bisogni, riducendo le società contemporanee a masse disaggregate di individui socialmente inetti, tecnicamente disabili, perennemente spaventati e cronicamente dipendenti.
Quelli che parlano di “primato della politica” sono dei pazzi criminali che non si rendono conto del dissesto antropologico generato dalla superinvadenza del potere pubblico. E quelli che teorizzano un ulteriore ampliamento delle sfere di intervento dello stato moderno (per esempio nell’economia o nella ricerca scientifica o nella regolazione dei comportamenti individuali) sono doppiamente pazzi e doppiamente criminali.
Volete dei nemici su cui riversare la vostra rabbia e la vostra insoddisfazione per come vanno le cose? Bene, sono loro, gli specialisti del terrore e della dipendenza.
Dissentite, è l’unica cosa che non tollerano. Dissentite sempre, dalle idee sbagliate ma soprattutto da quelle buone, dalle idee pericolose ma soprattutto da quelle innocue, dalle intenzioni malvage ma soprattutto dalle buone intenzioni. Dissentite, mettete in discussione ogni cosa, soprattutto le più ovvie, cercate da voi la conferma di ogni verità e, quando l’avete trovata, gettatela via e ricominciate da capo.
[continua…]
lunedì 8 settembre 2008
Indipendenza - [L'economia del terrore - 1]
Quando ero un bambino parlavo da bambino e come un bambino pensavo e ragionavo. Ora che sono un uomo ho smesso di agire così.
Mi è sempre piaciuto questo passo della prima lettera di Paolo ai Corinzi, mi è sempre piaciuta questa lezione sul valore dell’emancipazione e della maturazione, che è conquista della chiarezza, della speranza e della capacità di provare comprensione e carità per l’altro.
Quando eravamo bambini pensavamo che i nostri genitori si occupassero di tutto. E molte volte in effetti lo facevano. Da adulti, ci piace pensare che ci siano degli individui molto saggi (magari più anziani di noi) che si occupano delle nostre esigenze e provvedono a che tutte le cose funzionino per il meglio. Diamo nomi diversi a queste figure del nostro immaginario: il governo, gli scienziati, la polizia, l’ONU, Greenpeace, Berlusconi,… ma si tratta sempre e solo di surrogati delle calde e rassicuranti figure di mamma e papà che si prendevano cura di noi e nei quali potevamo riporre una fiducia cieca che ci esonerava dalla fatica e dall’ansia.
Crescere e invecchiare non sono la stessa cosa. Il tempo che passa non passa allo stesso modo per tutti gli uomini e la gran parte di essi non supera mai del tutto lo stato di minorità della propria infanzia, rifiutando di assumere l’enorme onere dell’indipendenza. Può far piacere pensare che le persone che lavorano nelle agenzie preposte alla nostra salute o alla tutela dell’ambiente o quelle che ricoprono incarichi di governo o quelle che svolgono ricerche scientifiche in istituti dai nomi prestigiosi abbiano un atteggiamento altruistico nei nostri confronti. Ma la verità è che loro, a differenza dei nostri genitori, non condividono il nostro destino biologico ed hanno come prioritario imperativo solo ed esclusivamente le loro personali esigenze. La verità è che riusciamo ad ottenere l’attenzione e l’impegno degli altri esseri umani soltanto quando le loro esigenze si sovrappongono alle nostre.
Di tanto in tanto capita. Capita, ad esempio, che i giocatori della stessa squadra mettano da parte l’individualismo e lavorino per l’obiettivo comune. Oppure che durante un terremoto le persone diventino solidali e collaborino tra loro per la salvezza comune. Ma in condizioni di “pace”, ossia di stress non eccezionale, le fortissime pressioni biologiche verso il successo individuale assai raramente combaciano con le necessità della sopravvivenza del gruppo. E quindi non ci resta che far conto su noi stessi. Sempre.
Non è una novità dell’epoca moderna.
Il valore di questo non fare affidamento sulla disponibilità di ciò che per definizione ci è indisponibile, ossia la volontà e le capacità altrui, io lo chiamo indipendenza, mutuando la parola proprio da quel concetto di indipendenza che ispirò l’azione dei patrioti delle rivoluzioni e dei risorgimenti successivi all’Illuminismo.
La Costituzione degli Stati Uniti è interamente costruita sull’idea dell’indipendenza. Disegna un’ articolazione istituzionale particolarmente complessa al solo scopo di far sì che ogni potere pubblico sia costantemente controllato ed ogni sua azione attentamente vagliata. I patrioti della Rivoluzione Americana non amavano il concetto di stato, non si fidavano dello stato, poiché avevano alle proprie spalle un mondo in cui lo stato era prevalentemente origine e veicolo di violenza, sopraffazione, atrocità e oppressione. Perciò, non fecero in tempo neppure ad approvarla, la Costituzione, che sentirono il bisogno di emendarla con una norma che legittimava il possesso delle armi per tutti i cittadini. Si tratta di una norma oggi molto controversa, che molti spiegano solo con le esigenze della guerra contro gli inglesi e considerano origine di gravi problemi sociali. Ma in realtà quell’emendamento serviva a negare allo stato il monopolio della violenza, garantendo al popolo il diritto ad un’estrema difesa contro le sempre possibili deviazioni autocratiche del potere pubblico.
Anche i patrioti del nostro Risorgimento compresero bene il valore storico ed esistenziale dell’indipendenza. Capirono la cosa più semplice che a questo mondo un uomo dovrebbe capire e cioè che i miei interessi sono soltanto miei e sono lasciati alle mie cure e a quelle di nessun altro. Capirono che questa basilare regola morale andava applicata anche a quei particolari organismi individuali che sono le nazioni e che, pertanto, la nazione italiana, il popolo italiano non avrebbe mai avuto la possibilità di prendersi cura di se stesso, dei propri interessi, del proprio sviluppo fino a che sarebbe rimasto in condizioni di sottomissione e dipendenza rispetto ad altri stati.
L’indipendenza politica è un valore abbastanza assodato, anche se oggi scarsamente compreso nel suo sviluppo storico, scarsamente frequentato dalla retorica politica e soprattutto scarsamente coniugato nei propri significati più pregnanti e attuali. Di tanto in tanto nel dibattito pubblico si sottolinea l’importanza per un paese strutturalmente fragile come l’Italia di irrobustire la propria indipendenza energetica, per ridurre il margine di ricatto che sulle nostre scelte politiche possiedono stati esteri (come la Russia, l’Algeria, la Libia, il Kazakistan) retti da gruppi di potere che somigliano più a clan mafiosi che a governi istituzionali. Ma, nell’insieme, il riferimento all’indipendenza è aneddotico e superficiale e, soprattutto, relativo a dinamiche inter-statuali. Mentre un altro tipo di indipendenza dovrebbe preoccuparci: quella dell’individuo, della vita individuale e della mente individuale dai condizionamenti messi in atto con strategica lucidità ed imponente spiegamento di risorse da ciò che – con una formula, se si vuole, banale, abusata, generica e quindi potenzialmente qualunquista – definisco in prima approssimazione il sistema.
Non credo e non ho mai creduto all’esistenza dei signori del mondo, di un’articolazione organizzata ed autocosciente di centri di potere che coordinano i propri sforzi per tenere sotto controllo le moltitudini. Il mito del “re del mondo” e dei governi occulti è solo una versione intellettualmente adulta di miti infantili come il mammone o il babau. Credo però che negli ultimi diciannove anni, cioè dai giorni della dissoluzione dei regimi comunisti dell’est europeo, si sia determinata una progressiva convergenza e sovrapposizione tra gli interessi di numerosi gruppi e piani di potere che ha dato luogo alla massiccia campagna di terrore che rappresenta il segno della vita sociale di massa nell’attuale civiltà globalizzata. Individuo genericamente questi gruppi di potere in tutti quegli aggregati di interessi, più o meno organizzati e consapevoli, che hanno nella paura, nel mito del nemico, nell’arruolamento fideistico delle masse, nell’alimentazione artificiale di uno stato di tensione emotiva diffusa, la principale risorsa per la propria perpetuazione e per il proprio accrescimento. Sempre in prima approssimazione e senza pretendere di fare un elenco esaustivo, annovero tra questi gruppi: l’establishment politico conservatore americano, l’establishment politico progressista europeo, le compagnie petrolifere, le multinazionali farmaceutiche, i network televisivi, l’industria cinematografica, le mafie, la rete internazionale del mondo della ricerca scientifica pubblica e privata. Tutti questi centri di snodo e articolazione del potere pubblico condividono oggi l’interesse a mantenere e ad accrescere lo stato di paura in cui versa l’opinione pubblica della civiltà globalizzata. Il sistema di relazioni e sovrapposizioni che connette tra loro questi centri è estremamente complesso e conto di soffermarmici un po’ nei prossimi post di questo mio diario pubblico. Per adesso vorrei solo focalizzare l’attenzione sui modi perversi in cui la filiera della comunicazione di massa che origina dal mondo della scienza organizzata e termina nei network informativi comprime l’indipendenza degli individui. E vorrei farlo in un modo coscientemente non rigoroso, rapsodico e privo di sistematicità.
Che la scienza proceda per tentativi ed errori è un fatto noto. Che la scienza proceda anche per falsificazioni, imbrogli, forzature e chiusure dogmatiche è un fatto meno noto ma altrettanto importante. Che la scienza sia oggi un’enorme industria con milioni di occupati e migliaia di miliardi di dollari di finanziamenti e che quindi questi occupati siano potentemente condizionati nell’orientamento, nella determinazione e nella comunicazione dei propri risultati, dalla necessità di perpetuare la propria condizione e i propri interessi individuali, è un fatto su cui la scienza stessa preferisce non riflettere e di cui l’opinione pubblica non si cura. E ciò sebbene le risoluzioni dell’industria scientifica condizionino oggi in modo enorme l’allocazione delle risorse globali, le dinamiche dei mercati globali e quindi il destino e il benessere delle masse.
Di famose ed innocue bufale scientifiche oramai sono pieni i siti internet. È un altro modo per depotenziare la riflessione su come l’industria scientifica sottragga indipendenza e libertà di scelta nell’autodeterminazione della sorte dei popoli.
Leggendo qua e là potrete scoprire che gli spinaci non contengono affatto più ferro della lattuga o di altre pianticelle simili e che la leggenda alla base del personaggio di Bracciodiferro nacque da un errore di trascrizione nei dati di una ricerca scientifica: fu aggiunto uno zero per sbaglio e la quantità di ferro rilevata negli spinaci si moltiplicò per dieci, per la gioia di tutti i produttori del simpatico ortaggio.
Potrete scoprire anche che Schiapparelli non vide alcun canale su Marte, che “l’uomo di Piltdown” – celebre anello mancante nella catena evolutiva che porta dalla scimma all’uomo – fu costruito con pezzi di ossa appartenenti per l’appunto a una scimmia e a un uomo, oppure che la notizia di un innesto di geni di pesce in certe fragole per renderle resistenti al gelo fu inventata di sana pianta da un idiota. Se osate andare un po’ più in là, potete scoprire anche che la genetica è nata dalle intuizioni di un prete (Mendel), il quale per dimostrare ciò di cui era incrollabilmente convinto falsificò senza ritegno i dati dei suoi esperimenti; oppure che il metodo scientifico è stato compiutamente elaborato da un tale (Newton) che mostrò sin dall’infanzia pericolose tendenze psicotiche e antisociali, a dieci anni provò a dare fuoco alla casa dei suoi genitori e dedicò solo il dieci per cento del proprio tempo e delle proprie opere a cose come la gravitazione dei corpi e l’ottica, impegnando il restante novanta per cento nella ricerca della pietra filosofale e negli incantesimi per l’evocazione dei demoni.
Il problema non sono naturalmente le piccole o grandi bufale. Il problema è che la scienza non è altro che una rappresentazione della realtà, un modo come un altro di organizzare le informazione che riceviamo da tutto ciò che eccita i nostri sensi e la nostra attività mentale. La differenza tra la scienza e gli altri modi di rappresentare la realtà consiste nel fatto che le affermazioni scientifiche sono considerate tali solo se rispondono a determinati requisiti, tra i quali quello di poter essere verificate da chiunque in maniera sperimentale, di essere fondate su deduzioni logiche formalmente ineccepibili e di essere sempre falsificabili ossia tali, per loro stessa natura, da poter essere dimostrate false da un esperimento che le contraddica. Il sistema delle affermazioni scientifiche, più o meno organicamente coordinato a seconda degli ambiti di indagine, è concepito sempre come una rappresentazione approssimata di ciò che è il reale e, dunque, è intrinsecamente sottoposto a tensioni che portano a correggerlo, rivederlo, modificarlo in maniera incessante. Il movimento, il movimento di un’attività di esplorazione e di revisione critica dei risultati di questa stessa esplorazione, che non conosce limiti e cessazioni, è la vera natura della scienza, come ogni scienziato dovrebbe sapere. La verità (qualuque cosa si possa mai intendere con questa parola) non è per definizione il problema della scienza. Perciò il condizionamento della scienza sulle scelte politiche, economiche, comportamentali della massa dovrebbe sempre avvenire nell’ambito entro cui le affermazioni scientifiche possono per loro stessa natura rivendicare validità. Assumere una qualsiasi affermazione scientifica a guida delle proprie scelte dovrebbe richiedere sempre un atto di rigorosa indipendenza nella valutazione del suo livello di approssimazione.
Ciò che ha caratterizzato l’evoluzione della scienza negli ultimi decenni è stata invece la creazione e il consolidamento di un sistema di feedback tra il mondo della ricerca, gli interessi economici di alcuni grandi settori industriali e l’opinione pubblica, che ha orientato sempre più il sapere scientifico (soprattutto nella sua forma vulgata e di massa) verso una sconcertante cultura del terrore e della dipendenza.
Siamo stati negli anni così convinti di essere sotto l’assedio di orribili minacce (epidemie, sconvolgimenti climatici, inquinamento ambientale, catastrofi imprevedibili, ecc…) da sentirci inconsciamente e compulsivamente spinti a consegnare pressochè tutte le nostre scelte agli specialisti, a queste nuove figure genitoriali di un’umanità sempre meno indipendente. Siamo stati persuasi che la dimensione dei nostri problemi è assolutamente enorme, inaudita, che siamo di fronte a sfide mai viste, che ad ogni passo sia in gioco sempre il tutto per tutto e che quindi, noi poveri uomini medi non abbiamo né potremmo mai avere i mezzi anche solo per comprendere ciò che ci minaccia e dunque dobbiamo per il nostro bene affidarci alle risoluzioni di chi invece comprende e ha i mezzi per risolvere le questioni.
Perché se il problema è quello di far crescere un po’ di ortaggi anche in inverno, qualunque contadino con un po’ di cervello può escogitare una soluzione; ma se il problema è quello di far fronte ad una glaciazione improvvisa o a incontrollabili calamità naturali, allora solo gli scienziati e i loro esecutori, cioè i politici (che di scienza normalmente non capiscono niente ma amano mostrare il contrario), possono salvarci.
Perché se il problema è curarsi dalla bronchite o dalle setticemie da parto, allora la ricerca empirica e a basso costo sulle muffe delle arance condotta negli anni ’30 basta e avanza a darci la soluzione (penicillina); ma se invece il problema è l’AIDS, o meglio un’epidemia di AIDS, incontenibile, devastante, che ci minaccia fin nei più intimi recessi della nostra intimità, allora le misure ordinarie non bastano più, noi non bastiamo più a noi stessi e l’apparato industriale della ricerca diventa indispensabile e bisogna destinare miliardi di dollari a fondazioni e istituti di ricerca perché ci salvino da questo flagello.
Ma il punto è che la quasi totalità delle teorie “scientifiche” che oggi condizionano pesantemente l’allocazione delle risorse economiche, il direzionamento dei finanziamenti, i consumi di massa, le scelte di politica industriale, l’occupazione e gli equilibri geopolitici mancano dei crismi più basilari della scientificità e vengono imposte ad un’opinione pubblica terrorizzata e dipendente come verità (ossia come ciò che di più antiscientifico si possa immaginare) sotto la minaccia di una condanna di immoralità e sconsideratezza.
Perché se dici che i soldi destinati alla ricerca sull’AIDS sono soldi destinati solo a sostenere un apparato inutile e a consolidare la fede in una teoria insensata, sei un pazzo nemico dell’umanità. Perché lo sanno tutti che l’AIDS è causato dal virus HIV e che quindi bisogna trovare una cura per distruggere quel virus. Lo sanno tutti, anche se:
> non esiste al mondo, dopo quasi trent’anni di ricerca in questo settore, un solo fetentissimo articolo scientifico che porti una sola fetentissima prova sperimentale a sostegno dell’idea che il virus HIV causi l’AIDS;
> né Montagnier, né Gallo né nessuno degli altri guru dell’industria AIDS ha mai pubblicato un solo articolo su una rivista scientifica in cui si dimostra la tesi che sposta miliardi di dollari ogni anno;
> tutto ciò che si sostiene scientificamente è che in alcuni pazienti affetti da AIDS sono stati trvate tracce di una precedente infezione da parte di un agente patogeno che probabilmente era HIV;
> la presenza di anticorpi contro determinati virus è però clinicamente interpretata come segno di malattie precedenti e non di malattie in corso, e dimostra quiandi piuttosto che il virus è stato sconfitto dall’organismo;
> sono stati trovati gli stessi anticorpi dell’HIV in individui assolutamente sani.
Per che cosa stanno combattendo allora i ricercatori dell’Istituto Pasteur e quelli dell’NIH? Per trovare la cura di una malattia o per difendere i loro conti in banca? Quello che è sicuro è che l’OMS considera AIDS più di 30 malattie se queste risultano connesse a un risultato positivo al test dell’HIV. Ma queste stesse malattie non vengono definite AIDS se non si individuano gli anticorpi! Ossia: se un uomo positivo al test HIV sviluppa un tumore questo viene definito AIDS, mentre se non è positivo allora ha un tumore e basta; se un bambino hiv-positivo prende la tubercolosi, si dice che ha l’AIDS, mentre se è negativo al test, si dice che ha la tubercolosi e basta. Capite, quindi, cos’è l’AIDS? Se vivete in Kenya o in Zaire, dove fare il test per l’HIV è troppo costoso, e vi trovano una delle 30 malattie annoverate tra i sintomi dell’AIDS, i medici presumeranno che voi abbiate gli anticorpi e quindi l’AIDS. In questo modo potrete essere curati gratuitamente in una clinica dell’OMS (che magari è l’unico presidio ospedaliero dalle vostre parti). Con questo meccanismo si arriva a sostenere che i malati di AIDS in Africa e nel mondo sono diverse decine di milioni e che la malattia è in continua diffusione: da un lato si consente a paesi poverissimi di accedere a cure mediche gratuite messe a disposizione dai governi degli epuloni occidentali, terrorizzati dall’epidemia, e dall’altro si giustificano i pazzeschi investimenti in una ricerca medica priva di senso. Questo è ciò che intendo quando parlo di convergenza di interessi a scapito dell’indipendenza del pensiero.
Io non sono un esperto di microbiologia. La questione, però, non è la microbiologia, ma la scientificità delle asserzioni scientifiche sulla base delle quali si sposta la ricchezza nel mondo.
A partire dall’inizio degli anni ’80 gli scienziati cominciarono a parlarci del buco dell’ozono, ossia della rilevazione di un certo assottigliamento della fascia di ozono nell’atmosfera su alcune regioni dell’emisfero australe. Poi cominciarono a sostenere che questo assottigliamento avrebbe causato spaventosi danni all’ambiente e una diffusione epidemica dei cancri alla pelle. Poi dissero che la causa del problema erano le immissioni di cloro-fluoro-carburi nell’atmosfera. Poi convinsero i governi e l’opinione pubblica che bisognava assolutamente fermare la produzione di CFC e sostituire queste sostanze con altre sostanze meno dannose. E tutti noi allora smettemmo di comprare bombolette spray e cominciammo a sentirci in colpa ogni volta che mettevamo in funzione il condizionatore.
Stiamo parlando di un’operazione che ha movimentato miliardi e miliardi di dollari, che ha determinato il fallimento di alcune imprese e l’arricchimento di altre, che ha cambiato gli stili di consumo di milioni di persone e ha contributo non poco alla diffusione dello stato di panico mondiale in cui viviamo (perché se convinci la gente che i loro bambini non possono stare molto sotto il sole sennò rischiano di beccarsi malattie innominabili e incurabili, qualche effetto sociologico lo produci…).
Tutto questo senza che nessuno si preoccupasse di approfondire gli aspetti scientifici della faccenda e di scoprire, ad esempio, che:
> il rilevamento dei dati circa la stessa esistenza dell’assottigliamento della fascia di ozono è stato sempre molto problematico e oggetto di controversie;
> si consideravano prove di questo assottigliamento i dati circa l’aumento delle malattie tumorali della pelle, commettendo il più classico e banale degli errori logici, quello cosiddetto dell’ “affermazione del conseguente” [mi spiego, il ragionamento era più o meno questo: la diminuzione dell’ozono aumenta le radiazioni UV che arrivano al suolo; l’aumento delle radiazioni UV provoca l’aumento del cancro alla pelle; rileviamo un aumento del cancro alla pelle, quindi… c’è il buco dell’ozono! L’errore consiste nel fatto che se A implica B, da ciò non discende affatto il contrario e l’aumento dei cancri alla pelle può benissimo dipendere dalla moda della tintarella che cinquant’anni fa non era un fenomeno di massa o da cento altre ragioni];
> nonostante la stragrande maggioranza delle emissioni di CFC avvenisse nell’emisfero boreale, il buco era stato rilevato nell’emisfero australe, sebbene le rimescolazioni tra l’atmosfera dei due emisferi siano provatamente irrisorie;
> non esiste un modello climatico che fornisca una spiegazione pienamente attendibile di come i gas CFC, che sono tra i più pesanti tra quelli che compongono l’atmosfera, avessero potuto concentrarsi nelle fasce più alte dell’atmosfera stessa e consumare l’ozono;
> esistono invece modelli climatici che spiegano bene l’assottigliamento della fascia di ozono come un fenomeno naturale legato alla dinamica del clima terrestre e alle correnti che non consumerebbero l’ozono della stratosfera ma bensì lo sposterebbero continuamente da un’area all’altra.
Un’altra piccola cosa che non tutti sanno a proposito del buco dell’ozono è che negli stessi anni in cui gli istituti di ricerca prendevano soldi per dimostrare la nocività dei CFC, scadeva il brevetto del freon, ossia del più diffuso tra gli CFC. Qualcuno dovette pensare bene che permettere a tutti di produrre il freon senza pagare diritti, avrebbe distrutto uno dei più floridi monopoli dell’economia moderna e che invece ben più redditizio sarebbe stato far bandire del tutto la produzione dei CFC e indurre i governi ad imporne la sostituzione con nuovi prodotti innocui, freschi freschi di brevetto.
La lista di queste operazioni para-criminali determinate dalla convergenza di interessi tra una scienza sempre meno scientifica, interessi industriali potentissimi e un’opinione pubblica rimbecillita e terrorizzata dalla tivvù, potrebbe continuare per un bel po’. Magari in un prossimo futuro mi divertirò a raccontarvi la storia del ddt e di un miliardo di uomini uccisi dalla malaria per la messa al bando di uno dei prodotti insetticidi più innocui e intelligenti mai realizzati; oppure la storia del meteorite che non causò mai l’estinzione dei dinosauri; oppure la storia dell’aumento delle catastrofi naturali che non sono mai aumentate; oppure la favola delle api killer o delle zanzare tigre o di altre creature immaginarie. Oppure potrei raccontarvi dell’influenza aviaria e di come si combatte dall’Europa una guerra commerciale contro le liberalizzazioni del mercato globale. Oppure potrei spiegarvi come si fa a misurare l’aumento del livello dei mari (che sarebbe come misurare l’altezza di un bambino di quattro anni volendo segnare una lineetta sul muro e farlo però mentre saltella e corre per tutta la casa) o l’estinzione delle specie. Oppure potremmo parlare della mia toeria preferita, quella del surriscaldamento globale, che ci dice che se i cinesi e gli indiani (per non parlare degli africani) si metteranno a mangiare più carne, si romperanno le palle delle biciclette e vorranno comprarsi una macchina, allora il mondo finirà.
Tra tutte le creature del buio e del male evocate dalla moderna scienza alla Chicken Little (ma non era piuttosto la stregoneria che evocava i demoni?) ho notato che quella che suscita le maggiori antipatie è McDonald, a cui si attribuiscono davvero nefandezze di ogni genere. Anche a me McDonald è antipatico, ma soltanto perché i suoi hamburger non sono mai come li vedi nelle foto pubblicitarie e sono decisamente più piccoli e meno saporiti di quelli di Burger King. Il fatto che McDonald riesca però a sorpavvivere all’incredibile serie di aggressioni mediatiche che riceve e che sia riuscito ad aprire oltre 36.000 ristoranti in tutto il mondo, nei quali riesce a vendere a popolazioni diversissime e dalle tradizioni alimentari più disparate lo stesso identico menù cucinato con gli stessi identici ingredienti, dal mio punto di vista vuol dire solo che quelli di McDonald hanno compreso e conoscono qualcosa sulla natura umana che ai più evidentemente sfugge. Bisognerebbe dargliene atto e metterseli a studiare con rispetto e curiosità.
Invece qualche tempo fa ho visto un film in cui un tizio, per dimostrare quanto fosse nociva alla salute umana la cucina di McDonald, è andato in quei locali per un mese di seguito 3 volte al giorno a mangiare il loro menù formato gigante. Mi ripeto per farvi capire meglio: questo tizio è andato da McDonald tutti i giorni per 30 giorni, 3 volte al giorno, ed ha ordinato e ingurgitato un BigMac gigante (quello con 3 hamburgeroni e non so quanta altra roba), una porzione di patatine da 250g e un bicchierone di cocacola da 2 litri. Alla fine dell’esperimento stava morendo e rischiava un trapianto di fegato e da ciò ritiene di aver dimostrato che mangiare da McDonald fa male.
Ora, io non so quanti siano quelli che hanno in effetti apprezzato il talento scientifico di questo mongoloide, però la mia curiosità sarebbe quella di vederlo compiere altri 2 esperimenti analoghi. Mi piacerebbe vederlo andare 3 volte al giorno nella più semplice e schietta pizzeria napoletana e mangiarsi una semplice pizza margherita (la sana dieta mediterranea). Il mio quesito scientifico sarebbe questo: riuscirebbe ancora a cacare dopo 6 giorni o dovrebbero ricoverarlo d’urgenza per la rimozione di un tappo fecale?
Inoltre mi piacerebbe vedere lo stesso tizio comprare delle semplicissime bottiglie di acqua naturale da 2 litri e bersene 2 alla mattina, 2 al pranzo e 2 alla sera per 30 giorni. Non credo che riuscirebbe a sopravvivere al decimo o all’undicesimo giorno, ma gli potrebbero assegnare il nobel alla memoria per aver dimostrato che l’acqua naturale è una sostanza letale per l’uomo.
Ma che fine hanno fatto il rigore scientifico, la razionalità, il semplice buon senso? Possibile che la nostra paura ci abbia scollegati da noi stessi al punto che dobbiamo farci dire da qualcun altro come mangiare, come dormire, come bere, quante volte fare l’amore, come affrontare il raffreddore e la diarrea e se sia moralmente giusto accendere l’aria condizionata quando fa caldo? Possibile che il controllo dello stato sull’individuo, del sistema sull’individuo, che la compressione e la mortificazione dell’indipendenza individuale siano arrivati già a questo punto?
[continua…]