lunedì 18 febbraio 2008

Sentimento

Naturalmente mi auguro che Walter “loft” Veltroni vinca le elezioni. Me lo auguro e farò del mio minimo perché la cosa si realizzi (andrò a votare e voterò per lui). Ahimè.
È necessario, mi è necessario, perché tertium non datur nella politica italiana e non riesco a tollerare l’idea (non c’ho più il fisico) di altri cinque interminabili anni di barbarie berlusconiana.
Ho un mio personale metodo di training autogeno per convincermi a votare per Walter “loft”. Mi sono dato due mesi di tempo per trovare dentro di me le risorse necessarie allo scopo.
Innanzitutto rimuovo dalla mente ogni immagine del Walter, ogni suo discorso e la foto dei loft-boys che sventolano entusiasti i cartoncini verde pistacchio con lo slogan della campagna, sicuri di riuscire a battere Hillary.
Poi mi dedico con solerzia alla necessità di cancellare dal cervello ogni ricordo di Rutelli, di Bassolino, di De Mita e della senatrice-autofustigatrice emissaria del niente psicopatico-mafioso-orcopedofilo vaticano.
Faccio finta di credere che l’Italia dei Valori ( i Valori!, diomio, i Valori!) sia un partito e non una società immobiliare e mi consolo un po’ pensando che finalmente i miserrimi sbandieratori paleocomunisti rossi, verdi e arcobaleno (che hanno buttato nel cesso per la seconda volta il tentativo riformatore di Romano Prodi) sono stati allontanati da ogni remota possibilità di rioccupare indegnamente sedi ministeriali o cariche istituzionali e scopati lì dove meritano di stare, sotto il tappetino della politica, insieme ai loro feticci ed alla loro retorica archeomovimentista, antiestetica, insopportabile, da conversazioni in treno.
Infine mi siedo alla mia bella scrivania e resto in trance ad osservare per lunghi minuti le fotografie dei mostri che minacciano i miei sogni e le cui sinistre ombre vedo incombere sull’Italia come i nemici di Batman su Gotham City: l’osceno ghigno di Joker-Berlusconi, l’orribile e bavosa deformità della creatura Bossi, la fascistissima imbecillità degli omini di a.n. . Aspetto che il panico salga dentro di me, che i brividi di ansia si trasformino in tremori incontrollati e poi mi lancio in ginocchio ad implorare tutti gli dei il perdono per i peccati del genere umano e a chiedere che un simile castigo ci sia risparmiato in extremis.
I capaci-di-tutto (come li chiama il buon vecchio Marco Pannella) sono alle porte! Tappiamoci il naso e votiamo per il loft! È una questione di pura e semplice autodifesa! Ne va della sopravvivenza della penisola e della mia salute mentale!

E ora che ho adempiuto al mio dovere, posso archiviare la faccenda elettorale e concentrarmi sulle cose serie.
Vedo intorno a me i segni di qualcosa. Mi approssimo a questo qualcosa solo per via di un’apprensione emotiva, accedendo cioè ad un sentire pre-razionale che frustra ogni tentativo di analisi. Non è solo la necessità di tradurre in prima approssimazione dei fatti importanti che registro nel mondo di cui sono parte e di cui manca ancora il quadro di insieme. È invece proprio l’intima certezza che non sia ancora tempo di trarre conclusioni e di architettare una descrizione-previsione ordinata e coerente. Sento che l’approccio pre-razionale e la logica della sensazione siano i soli spazi di verità che ci sono concessi in questo momento. Per quanto estremi, per quanto illogici e fuorvianti, gli incubi e le percezioni sono la sola guida che mi riconosco. In questo momento.
Io vedo la guerra.
Leggo la proclamata indipendenza del Kossovo e vedo la guerra.
Leggo il caos mediorientale e vedo la guerra.
Leggo lo spaventoso disastro afgano-pakistano e vedo la guerra.
Leggo le convulsioni del continente africano e vedo la guerra.
Leggo gli errori della transizione dell’ex impero sovietico e vedo la guerra.
Leggo le tensioni che si stanno infuocando intorno ad un cambiamento radicale e veloce degli assetti del mercato energetico mondiale e di un cambio di paradigma nella tecnologia che guida lo sviluppo industriale e vedo la guerra.
Crisi è il luogo del cambiamento, nell’etimo. La fase dello spasmo che precede la nascita; il giorno del passaggio da un’era del mondo ad un’altra.
Quando si determina una crisi, ossia un travaglio delle cose che preannuncia la nascita di un equilibrio diverso, allora vuol dire che il processo di obsolescenza a cui il nostro mondo (e l’immagine che abbiamo di esso) è soggetto ha già superato il punto di non ritorno.
Raramente, però, l’obsolescenza di qualcosa si traduce nella sua pacifica accettazione del proprio inevitabile tramonto. Gli organismi vivi (e tali sono i sistemi economici, politici, culturali, gli assetti di relazioni tra gli uomini e le civiltà), quando sentono di essere stati selezionati per l’estinzione, lottano in maniera spasmodica a difesa della loro sopravvivenza. Questa lotta tra l’organismo obsoleto che non accetta di passare la mano e l’organismo nuovo (immaturo ma esplosivamente vitale) che scalpita per venire al mondo è violenta, drammatica, convulsiva. Ha l’aspetto e la sostanza di una guerra, per l’appunto.

Sono tempi che richiedono grande attenzione. Richiedono di essere preparati a fasi di scontro convulsivo e di pericolo. Richiedono la disponibilità a convertire le proprie risorse e la propria collocazione dal campo dell’obsolescenza a quello della vita nuova.
Di questo ed in questo dovremmo sentirci motivati.
Di questo ed in questo dovrebbero sentirsi preoccupati i migliori.
E invece, come cantava John Keats, il poeta della lotta fra gli antichi dei e i nuovi, il tempo è buio, perché i migliori mancano di convinzione mentre i peggiori sono animati di appassionata intensità.

E questo mi inquieta molto, mi agita e mi rattrista.
Più del pensiero di Calderoli. Più dell’immagine di Ferrara.