È ancora presto per fare analisi retrospettive serie sulla crisi di governo e sui suoi sviluppi. Mentre inseguo il gossip quotidiano, mi va di fare solo qualche disordinata riflessione ad alta voce.
Il governo Prodi ha rappresentato per me una boccata d’ossigeno dopo cinque anni di dolorosa apnea. Ossigeno per la mia voglia di cambiamento e per le mie modeste finanze di lavoratore dipendente. Ossigeno dal punto di vista di uno che segue un po’ l’economia per passione e dal punto di vista di uno che, da cittadino, ha a che fare con gli uffici pubblici, con un luogo di lavoro, con gli operatori di pubblica sicurezza, con la sanità e con tutti gli altri luoghi in cui si rende evidente la presenza fisica di una istituzione di governo.
Quando cambiano i governi, ben più che le norme o la classe dirigente, cambia l’aria, il clima di un paese. Te ne accorgi anche solo camminando per la strada, prendendo il treno, chiacchierando con la gente. Dopo cinque anni di declino e di tensione palpabile, dopo cinque anni passati a parlare solo e sempre di berlusconi, degli interessi di berlusconi, delle malefatte di berlusconi, delle anomalie di berlusconi, dei suoi meriti e dei demeriti, non mi sembrava vero esser tornati a discutere di liberalizzazioni del mercato del lavoro, dei servizi e delle professioni, di risanamento dei conti pubblici, di riduzione del costo della politica, di scenari internazionali, di diritti civili, di qualità della scuola, di innovazione nella ricerca e nell’università.
Certo, in venti mesi, si è trattato per lo più di discuterne, appunto. E lo iato che si è aperto tra le aspettative suscitate in un paese gravemente in declino proprio da questo nuovo clima di impegno riformatore e i risultati effettivi prodotti da un anno e mezzo di farraginosi meccanismi parlamentari e di veti particolaristici posti in atto dalla più corrotta incolta ed irresponsabile classe dirigente d’Europa ha sgretolato la fiducia che faticosamente Romano Prodi aveva saputo conquistare durante la campagna elettorale del 2006.
Lo si sapeva che andare a rimuovere le pesanti incrostazioni depositate in tutti gli interstizi della vita civile ed economica del Paese avrebbe significato attirarsi addosso le ire di tutte le categorie che su queste incrostazioni hanno costruito la loro porzione di privilegi e benessere. Lo si sapeva che il livello di declino del Paese era tale che una politica di riforme avrebbe significato contrapporsi a ben più della maggioranza degli italiani, coalizzata nella difesa di uno status quo in apparenza comodo dal punto di vista degli interessi particolari, ma in realtà letale per la nazione nel suo insieme. Prodi sapeva bene (e bene faceva a dichiararlo apertamente in ogni occasione) che era necessario pagare un prezzo di popolarità alla necessità di innovare e cambiare. Ma proprio per questo bisognava fare in fretta. Proprio per questo gli interventi dovevano essere decisi, implacabili, rapidi e ben coordinati, come un’azione di guerra. Proprio per questo la maggioranza di governo non poteva permettersi alcuna esitazione nè alcuno scollamento. E invece, per venti mesi, è stata una lotta quotidiana tra chi si sentiva realmente impegnato in un’opera di riforma e risanamento e chi, sentendosi al sicuro nella comodità del proprio ruolo, non ha fatto altro che intralciare, boicottare, opporsi, distinguersi, dissentire al solo scopo di mostrarsi, di rivelare la sua sciocca e inutile presenza ad un Paese che aveva ben altri problemi di cui occuparsi.
Non poteva durare a lungo. La corda è stata tirata fino all’inverosimile ed il fatto che si sia spezzata in un punto piuttosto che in un altro è puramente contingente.
Ma l’esperienza riformatrice del centrosinistra rappresentato da Romano Prodi e da pochissimi altri, il cui lavoro ha brillato in questi mesi agli occhi di si occupa di cose pubbliche, si è infranta contro tre anomalie tutte italiane, delle quali il sistema di privilegi ed interessi particolaristici violentemente intrecciati che si stava provando a scardinare rappresenta solo la prima.
La seconda anomalia è rappresentata dal potere eccezionale che il Vaticano esercita sulla classe dirigente della cosiddetta seconda repubblica e che fa di questa repubblica uno stato parzialmente eterodiretto. Abbiamo assistito tutti, in questi venti mesi, allo spettacolo inverecondo di una chiesa cattolica ferocemente impegnata a catalizzare tutta la sua capacità di intralcio contro ogni pur timido tentativo di innovazione nel campo dei diritti civili e a cavalcare lo scontento del Paese come una risorsa per indebolire le istituzioni laiche e democratiche e provare la riconquista di un’egemonia politica e di un potere temporale che si credeva in declino. Il ruolo che il Vaticano ha giocato nella crisi di governo ha confermato ancora una volta la natura oscura, regressiva, meschina e antimoderna del suo potere e pone questioni pesanti alle forze democratiche, questioni che, prima o poi, andranno risolte se si vuole uscire dal processo di inviluppo della nostra storia.
La terza anomalia che ha messo in crisi l’esperienza del centrosinistra era quella più facile da prevedere e da risolvere ed è perciò quella che a mio parere maggiormente condanna i leader dell’Unione alla responsabilità del disastro.
Questa anomalia si chiama Campania.
La Campania è l’anomalia che ha fatto inciampare il governo, l’occasione contingente che ha innescato la crisi ma essa è anche il paradigma di una malattia che si è insinuata nel corpo e nella natura stessa del centrosinistra italiano.
La Campania è l’anomalia che di fatto ha generato la crisi non solo perché l’Udeur è un nulla politico-feudale che esiste solo in Campania (al più, nelle sue propaggini geografiche e clientelari). Non solo perché 4 dei 5 senatori che hanno fatto mancare la fiducia al governo sono campani eletti in Campania. Non solo perché è in Campania che il bubbone del malgoverno di Antonio “er monnezza” Bassolino e delle sua corte dei miracoli è esploso in immagini vergognose e laide che hanno scaricato sull’esecutivo una delle più gravi crisi di credibilità che mai classe dirigente abbia dovuto affrontare.
Ma perché la Campania è diventata in questi quindici anni il modello ed il laboratorio di una idea della politica di centrosinistra che ha trasformato l’amministrazione della cosa pubblica in mera gestione del potere ed appropriazione delle risorse pubbliche e ha fatto degenerare i partiti, da spazi di aggregazione e partecipazione democratica, a pure macchine di rastrellamento e controllo di un consenso elettorale ormai quasi del tutto di natura feudale e clientelare.
Tutti i leader del centrosinistra nazionale sapevano che cosa stava succedendo in Campania ed hanno fatto finta di non vedere per non essere costretti a rinunciare a quel consenso che, nel bene o nel male, arrivava ad ogni tornata elettorale con straordinaria puntualità. Hanno fatto finta di non vedere che il modello Campania stava diventando un modello di riferimento per quasi tutte le realtà amministrative rette dal centrosinistra, specie nel Mezzogiorno. Hanno fatto finta di non capire che il bubbone presto sarebbe esploso e li avrebbe travolti col suo fango.
Quando alle ultime elezioni comunali a Napoli si impose la ricandidatura di Rosa Russo Iervolino, tutti i sondaggi e gli elementi di conoscenza del territorio avevano convinto i leader nazionali che la prova di governo era stata così scadente che a Napoli si sarebbero perse le elezioni nonostante un clima generale assai favorevole. Le elezioni, invece, la Iervolino le vinse, a suon di migliaia di preferenze uniche collezionate da centinaia di candidati e galoppini. Il centrosinistra incassò il risultato e spinse ancora una volta sotto il tappeto le domande e i problemi che quella vittoria sollevava.
Il governo Prodi è caduto in Campania e questa è la sua unica e vera colpa, perché questo tipo di inciampo era ampiamente prevedibile da oramai troppi anni.
Pronunciarsi sul futuro è sempre problematico ma questa volta sento di essere facile profeta.
Italia, anno 2009.
Ogni singolo maledetto giorno siamo costretti ad interessarci di berlusconi, degli interessi di berlusconi, dei conflitti di berlusconi, delle malefatte di berlusconi, ecc…
La Camera dei Deputati è presieduta da un ex picchiatore fascista e la Farnesina è tornata ad essere una casa d’appuntamenti. Le finanze dello Stato e la lotta all’evasione fiscale sono affidate ad un commercialista dalla erre moscia. La polizia si sente incoraggiata a comportarsi alle manifestazioni come una squadraccia di teppisti ma, in compenso, è sempre molto facile distinguere il rappresentante dell’Italia nelle foto ufficiali dei summit internazionali: è quello che fa le corna dietro la testa del Cancelliere tedesco.
Dicono che c’è un’alternativa a questo futuro.
Si chiama Walter Veltroni. Per gli amici, Walter “loft” Veltroni. È un perito cinematografico. Dicono che ha scritto un romanzetto e che una volta è andato in Africa.
A voi la scelta. Io, nel frattempo, vado ad informarmi sui documenti necessari per trasferirmi in Svezia.
mercoledì 30 gennaio 2008
giovedì 17 gennaio 2008
La stronzata
Vorrei dire qualcosina circa il fatterello della mancata partecipazione di papa Ratzinger alla cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico dell’università La Sapienza.
Vorrei dire qualcosina, ma poiché la materia è terreno infido e complicato da un patetico intreccio di nevrosi, miserie ed equivoci, sento di dover porre una premessa alle mie considerazioni.
E dunque, a ciò che ho da dire, premetto che:
sono un ateo anticlericale e miscredente, religiosamente e profondamente certo che l’ateismo sia la sola forma di accesso all’autentica esperienza del sacro ed al senso più originario di ogni religione.
Premetto inoltre che:
sono assolutamente convinto che le religioni monoteiste siano uno dei parti più perniciosi della civilizzazione umana e custodiscano nella propria determinazione essenziale il nucleo di un atteggiamento insano ed antiecologico nei confronti del mondo nonché un pericolosissimo potenziale di intolleranza e di violenza che ripetutamente si è espresso e si esprime nella storia degli uomini.
E premetto infine che:
in quanto ateo miscredente ed anticlericale, considero il cristianesimo una peste dello spirito (sub specie nietzscheana) ed auspico il repentino e definitivo tramonto della chiesa cattolica e del suo potere politico-economico-mediatico.
Premessa, quindi, questa mia posizione esistenziale, apodittica, iperstorica ed an-ideologica di nemico giurato e dichiarato del cristianesimo e del papismo, questo puro sentimento di carne incoercibile da qualsivoglia ragione, mi sento libero di dire a chiare lettere che all’università di Roma si è consumata una pura e semplice stronzata.
Dico stronzata perché qualunque altro termine non renderebbe il senso di ridicolo che circonda tutta la vicenda e rischierebbe di far passare la faccenda come una cosa seria.
Le azioni politiche si giudicano dai risultati che conseguono: i mezzi sono solo strumentali e le intenzioni non contano un cazzo. E l’unico risultato che i firmatari della famosa lettera (il papello) hanno conseguito è quella di dare ai papisti l’ennesima occasione di gridare alla persecuzione e di giocare la parte dei poveri portatori di pace e dialogo dinanzi alla cattiva società secolarizzata che impedisce loro di esprimersi liberamente.
È il solito copione che si ripete. Il papa da del nazista a quanti sostengono il diritto all’aborto, oppure da ordini al Parlamento italiano su come legiferare in materia di procreazione assistita, oppure pone un veto alle leggi sui diritti degli omosessuali; allora, qualche timida vocina laica protesta contro questo tipo di ingerenza nella vita politica di un paese che vorrebbe dirsi democratico e subito attacca a suonare l’orchestrina mediatica che grida alla lesa libertà del povero pontefice e dei cattolici tutti perseguitati. E questo in un paese dove lo stato laico con i soldi dei contribuenti tutti (tra cui anche i miei e quelli di alcuni altri milioni di atei, non credenti, anticlericali) sovvenziona a tutto spiano le scuole e gli ospedali della Chiesa cattolica. In un paese dove la televisione dello stato (laica, si supporrebbe, anch’essa) prevede nel suo palinsesto trasmissioni di catechismo il sabato pomeriggio, la diretta dalla messa in Vaticano ogni domenica mattina ed almeno un servizio di apertura dedicato al papa (a ciò che ha detto, a come sta, a dove è andato, a cosa ha mangiato, ecc…) in ogni singola edizione di ogni singolo telegiornale messo in onda. In un paese dove non si muove una foglia, non si avanza proposta di legge, non si fonda partito, non ci si candida alle elezioni senza aver prima chiesto deferentemente consenso e autorizzazione alle gerarchie ecclesiastiche.
Ecco, in un paese del genere, cioè in Italia, si è consentito alle vecchie volpi vaticane di creare una nuova campagna a difesa dello strapotere cattolico, camuffando per l’ennesima volta questo strapotere (politico, economico, mediatico) di vittimismo e di buonismo.
Si è consentito questa ennesima stronzata solo per vigliaccheria e pochezza intellettuale.
Quale migliore occasione di un bel discorso solenne pronunciato nella sede ufficiale del pensiero scientifico per contestare a Ratzinger tutte le sue sortite reazionarie e la sua politica medievale? Ma il fatto è che contestare apertamente il papa di Roma, intervenire sul suo intervento, opporgli critiche, satireggiarlo o replicargli vis-a-vis richiede coraggio e convinzione. Un coraggio ed una convinzione che possono nascere solo da una cultura vera e matura.
Chi voleva contestare il papa non doveva annunciare la sua protesta, doveva invece pianificarla accuratamente. Se qualcuno avesse inteso davvero protestare contro le posizioni di Ratzinger avrebbe fatto di tutto per farlo entrare nell’università e gli avrebbe fatto trovare una sua foto con i baffetti, oppure un manifesto con un florilegio delle sue esternazioni migliori, oppure una cassetta di pomodori marci pronti al lancio, oppure un pamphlet accademico da distribuirsi gratuitamente all’ingresso della cerimonia in difesa dell’evoluzionismo, del relativismo, della libertà di pensiero e di ricerca scientifica.
Insomma se qualcuno desiderava davvero scontrarsi con il papa avrebbe colto al volo l’occasione di sfidarlo a casa propria. E invece, tutto ciò che hanno fatto i 67 eroi e i loro accoliti, è stato stendere qualche sciocchino lenzuolo di sciocchina ironia da un orrendo davanzale e fare di tutto affinchè il papa però non lo leggesse di persona! Che bella prova di coraggio e di convinzione!
Ma la cosa che più mi ha indisposto della stronzata messa in piedi dai 67 eroi è stato vedere il povero Paul Feyerabend abbandonato dai cosiddetti scienziati nelle mani della peggiore teppaglia papista. Ho sentito un dolore al petto mentre Rocco Buttiglione (dico: Rocco Buttiglione!) spiegava nel salottino di Vespa che la frase contestata al papa nel papello dei 67 (quella che afferma che il processo al Galilei fu ragionevole e ben fondato dal punto di vista della cultura scientifica del tempo e dello stesso metodo scientifico) era stata tratta dall’opera di un pensatore anticlericale e anarchico, voce tra le più geniali dell’epistemologia contemporanea, la quale da almeno 50 anni ha posto il problema di una diversa impostazione del rapporto tra cultura scientifica e religione, nonché tra sacro e materia. Mi è scesa una lacrima quando ho dovuto constatare di trovarmi per un istante dalla parte di Buttiglione (dico: Buttiglione!) per colpa di un gruppo di capre che si ritengono esponenti della cultura scientifica solo perché hanno pubblicato qualche articoletto tecnico e hanno vinto un concorso da ricercatore nell’università italiana ma rivelano vergognosamente di non sapere niente circa la natura del sapere scientifico e di ignorare grassamente cento anni di dibattito intorno alle prospettive della sua configurazione epistemologica.
Nel discorso che avrebbe voluto pronunciare all’università di Roma (e che tutti i giornaletti italiani si sono precipitati a pubblicare) Ratzinger cita allegramente Habermas e John Rawls e li rende complici ignari delle sue idee. Allo stesso modo, nel discorso incriminato dal papello, aveva coinvolto l’ignaro Paul Feyerabend nelle sue speculazioni teologiche. D’altra parte, proprio il Vangelo ci insegna quanto sia abile anche il diavolo nel citare le sacre scritture…
Ratzinger correttamente aveva riportato l’idea di Feyerabend secondo la quale il processo a Galilei era ben fondato nella cultura scientifica e giuridica del tempo e nello stesso metodo dimostrativo scientifico, dal momento che Galilei non aveva dimostrato correttamente l’ipotesi eliocentrica.
Ciò che aveva omesso di citare era tutto il resto del libro di Feyerabend, nel quale egli spiega che proprio in questa mancanza di metodo consisteva la grandezza di Galilei, che si era ostinato a difendere un’ipotesi che riteneva ragionevole e giusta, seppure in palese contraddizione con una parte dei dati a sua disposizione ed aveva attinto alla sostanziale natura mitopoietica del pensiero scientifico per avvalorare un’idea in cui credeva e della cui verità si sentiva certo. Nella vicenda di Galilei il metodo scientifico era dalla parte del torto (nonchè dalla parte della tortura) e furono invece un approccio ben più complesso, “anarchico” dice Feyerabend, e la volontà di attingere a risorse della mente diverse dalla mera razionalità analitica a spingere avanti il progresso della conoscenza. Feyerabend concludeva il suo bellissimo saggio argomentando che la libertà della ricerca scientifica esige separazione della scienza non solo dal dogmatismo della Chiesa ma anche dallo stato, dalla verità di stato, dalla ragione di stato, specchio e strumento degli interessi contingenti dominanti. Di tutto questo, naturalmente, non c’è mai stata traccia nelle modestissime argomentazioni teologiche di Ratzinger. Ma neppure nelle tristissime capacità argomentative degli estensori-sottoscritori del papello.
Insomma, anche stavolta la rivoluzione è degradata a tiro alla fune, il pensiero è degenerato in chiacchiericcio da conversazioni in treno, la lotta politica ha assunto la serietà e l’incisività di una sagra delle melanzane.
Anche stavolta si è partiti da questioni grandi e complesse e si è finiti nel solito avanspettacolino mediatico, (in)degna immagine di un’italietta allo sbando, in totale declino, priva di guida, priva di intellettuali, priva di esempi, priva di coraggio, dove nessuna cosa è grande, nessuna idea, nessuna passione, nessuna polemica. E dove tutto ormai ha il sapore di una stronzata.
Vorrei dire qualcosina, ma poiché la materia è terreno infido e complicato da un patetico intreccio di nevrosi, miserie ed equivoci, sento di dover porre una premessa alle mie considerazioni.
E dunque, a ciò che ho da dire, premetto che:
sono un ateo anticlericale e miscredente, religiosamente e profondamente certo che l’ateismo sia la sola forma di accesso all’autentica esperienza del sacro ed al senso più originario di ogni religione.
Premetto inoltre che:
sono assolutamente convinto che le religioni monoteiste siano uno dei parti più perniciosi della civilizzazione umana e custodiscano nella propria determinazione essenziale il nucleo di un atteggiamento insano ed antiecologico nei confronti del mondo nonché un pericolosissimo potenziale di intolleranza e di violenza che ripetutamente si è espresso e si esprime nella storia degli uomini.
E premetto infine che:
in quanto ateo miscredente ed anticlericale, considero il cristianesimo una peste dello spirito (sub specie nietzscheana) ed auspico il repentino e definitivo tramonto della chiesa cattolica e del suo potere politico-economico-mediatico.
Premessa, quindi, questa mia posizione esistenziale, apodittica, iperstorica ed an-ideologica di nemico giurato e dichiarato del cristianesimo e del papismo, questo puro sentimento di carne incoercibile da qualsivoglia ragione, mi sento libero di dire a chiare lettere che all’università di Roma si è consumata una pura e semplice stronzata.
Dico stronzata perché qualunque altro termine non renderebbe il senso di ridicolo che circonda tutta la vicenda e rischierebbe di far passare la faccenda come una cosa seria.
Le azioni politiche si giudicano dai risultati che conseguono: i mezzi sono solo strumentali e le intenzioni non contano un cazzo. E l’unico risultato che i firmatari della famosa lettera (il papello) hanno conseguito è quella di dare ai papisti l’ennesima occasione di gridare alla persecuzione e di giocare la parte dei poveri portatori di pace e dialogo dinanzi alla cattiva società secolarizzata che impedisce loro di esprimersi liberamente.
È il solito copione che si ripete. Il papa da del nazista a quanti sostengono il diritto all’aborto, oppure da ordini al Parlamento italiano su come legiferare in materia di procreazione assistita, oppure pone un veto alle leggi sui diritti degli omosessuali; allora, qualche timida vocina laica protesta contro questo tipo di ingerenza nella vita politica di un paese che vorrebbe dirsi democratico e subito attacca a suonare l’orchestrina mediatica che grida alla lesa libertà del povero pontefice e dei cattolici tutti perseguitati. E questo in un paese dove lo stato laico con i soldi dei contribuenti tutti (tra cui anche i miei e quelli di alcuni altri milioni di atei, non credenti, anticlericali) sovvenziona a tutto spiano le scuole e gli ospedali della Chiesa cattolica. In un paese dove la televisione dello stato (laica, si supporrebbe, anch’essa) prevede nel suo palinsesto trasmissioni di catechismo il sabato pomeriggio, la diretta dalla messa in Vaticano ogni domenica mattina ed almeno un servizio di apertura dedicato al papa (a ciò che ha detto, a come sta, a dove è andato, a cosa ha mangiato, ecc…) in ogni singola edizione di ogni singolo telegiornale messo in onda. In un paese dove non si muove una foglia, non si avanza proposta di legge, non si fonda partito, non ci si candida alle elezioni senza aver prima chiesto deferentemente consenso e autorizzazione alle gerarchie ecclesiastiche.
Ecco, in un paese del genere, cioè in Italia, si è consentito alle vecchie volpi vaticane di creare una nuova campagna a difesa dello strapotere cattolico, camuffando per l’ennesima volta questo strapotere (politico, economico, mediatico) di vittimismo e di buonismo.
Si è consentito questa ennesima stronzata solo per vigliaccheria e pochezza intellettuale.
Quale migliore occasione di un bel discorso solenne pronunciato nella sede ufficiale del pensiero scientifico per contestare a Ratzinger tutte le sue sortite reazionarie e la sua politica medievale? Ma il fatto è che contestare apertamente il papa di Roma, intervenire sul suo intervento, opporgli critiche, satireggiarlo o replicargli vis-a-vis richiede coraggio e convinzione. Un coraggio ed una convinzione che possono nascere solo da una cultura vera e matura.
Chi voleva contestare il papa non doveva annunciare la sua protesta, doveva invece pianificarla accuratamente. Se qualcuno avesse inteso davvero protestare contro le posizioni di Ratzinger avrebbe fatto di tutto per farlo entrare nell’università e gli avrebbe fatto trovare una sua foto con i baffetti, oppure un manifesto con un florilegio delle sue esternazioni migliori, oppure una cassetta di pomodori marci pronti al lancio, oppure un pamphlet accademico da distribuirsi gratuitamente all’ingresso della cerimonia in difesa dell’evoluzionismo, del relativismo, della libertà di pensiero e di ricerca scientifica.
Insomma se qualcuno desiderava davvero scontrarsi con il papa avrebbe colto al volo l’occasione di sfidarlo a casa propria. E invece, tutto ciò che hanno fatto i 67 eroi e i loro accoliti, è stato stendere qualche sciocchino lenzuolo di sciocchina ironia da un orrendo davanzale e fare di tutto affinchè il papa però non lo leggesse di persona! Che bella prova di coraggio e di convinzione!
Ma la cosa che più mi ha indisposto della stronzata messa in piedi dai 67 eroi è stato vedere il povero Paul Feyerabend abbandonato dai cosiddetti scienziati nelle mani della peggiore teppaglia papista. Ho sentito un dolore al petto mentre Rocco Buttiglione (dico: Rocco Buttiglione!) spiegava nel salottino di Vespa che la frase contestata al papa nel papello dei 67 (quella che afferma che il processo al Galilei fu ragionevole e ben fondato dal punto di vista della cultura scientifica del tempo e dello stesso metodo scientifico) era stata tratta dall’opera di un pensatore anticlericale e anarchico, voce tra le più geniali dell’epistemologia contemporanea, la quale da almeno 50 anni ha posto il problema di una diversa impostazione del rapporto tra cultura scientifica e religione, nonché tra sacro e materia. Mi è scesa una lacrima quando ho dovuto constatare di trovarmi per un istante dalla parte di Buttiglione (dico: Buttiglione!) per colpa di un gruppo di capre che si ritengono esponenti della cultura scientifica solo perché hanno pubblicato qualche articoletto tecnico e hanno vinto un concorso da ricercatore nell’università italiana ma rivelano vergognosamente di non sapere niente circa la natura del sapere scientifico e di ignorare grassamente cento anni di dibattito intorno alle prospettive della sua configurazione epistemologica.
Nel discorso che avrebbe voluto pronunciare all’università di Roma (e che tutti i giornaletti italiani si sono precipitati a pubblicare) Ratzinger cita allegramente Habermas e John Rawls e li rende complici ignari delle sue idee. Allo stesso modo, nel discorso incriminato dal papello, aveva coinvolto l’ignaro Paul Feyerabend nelle sue speculazioni teologiche. D’altra parte, proprio il Vangelo ci insegna quanto sia abile anche il diavolo nel citare le sacre scritture…
Ratzinger correttamente aveva riportato l’idea di Feyerabend secondo la quale il processo a Galilei era ben fondato nella cultura scientifica e giuridica del tempo e nello stesso metodo dimostrativo scientifico, dal momento che Galilei non aveva dimostrato correttamente l’ipotesi eliocentrica.
Ciò che aveva omesso di citare era tutto il resto del libro di Feyerabend, nel quale egli spiega che proprio in questa mancanza di metodo consisteva la grandezza di Galilei, che si era ostinato a difendere un’ipotesi che riteneva ragionevole e giusta, seppure in palese contraddizione con una parte dei dati a sua disposizione ed aveva attinto alla sostanziale natura mitopoietica del pensiero scientifico per avvalorare un’idea in cui credeva e della cui verità si sentiva certo. Nella vicenda di Galilei il metodo scientifico era dalla parte del torto (nonchè dalla parte della tortura) e furono invece un approccio ben più complesso, “anarchico” dice Feyerabend, e la volontà di attingere a risorse della mente diverse dalla mera razionalità analitica a spingere avanti il progresso della conoscenza. Feyerabend concludeva il suo bellissimo saggio argomentando che la libertà della ricerca scientifica esige separazione della scienza non solo dal dogmatismo della Chiesa ma anche dallo stato, dalla verità di stato, dalla ragione di stato, specchio e strumento degli interessi contingenti dominanti. Di tutto questo, naturalmente, non c’è mai stata traccia nelle modestissime argomentazioni teologiche di Ratzinger. Ma neppure nelle tristissime capacità argomentative degli estensori-sottoscritori del papello.
Insomma, anche stavolta la rivoluzione è degradata a tiro alla fune, il pensiero è degenerato in chiacchiericcio da conversazioni in treno, la lotta politica ha assunto la serietà e l’incisività di una sagra delle melanzane.
Anche stavolta si è partiti da questioni grandi e complesse e si è finiti nel solito avanspettacolino mediatico, (in)degna immagine di un’italietta allo sbando, in totale declino, priva di guida, priva di intellettuali, priva di esempi, priva di coraggio, dove nessuna cosa è grande, nessuna idea, nessuna passione, nessuna polemica. E dove tutto ormai ha il sapore di una stronzata.
martedì 15 gennaio 2008
Ferrara e la nonviolenza
Non mi sogno neppure di commentare in alcun modo la nuova crociata antiabortista di Giuliano Ferrara. Non mi sogno neppure di argomentare alcunché in merito o, più in generale, di discutere ed ingaggiare polemiche con chi assume o sostiene queste posizioni. Non avrebbe nessun senso. La polemica – come ogni altra forma di dialogo – presuppone una volontà inconscia di superare le proprie posizioni attraversando dialetticamente quelle del proprio interlocutore. Anche la difesa più strenua delle proprie idee, l’accalorarsi del ragionamento, se svolto in confronto dialettico con l’altro, dimostra un’onesta volontà di aggredire una materia, di comprenderla, di approfondire la propria posizione e dunque di essere disposti a rivederla.
La filosofia, che nell’esperienza socratica e platonica era “ricerca della verità”, si realizzava in quanto tale nella forma del dialogo. Fin dall’inizio della sua storia, la dialettica è sincera disponibilità all’incontro ed all’evoluzione delle idee, oppure semplicemente non è. Ma affinché la dialettica (e dunque il dialogo, la polemica, in confronto, ecc…) si realizzi ed inveri questa disponibilità all’evoluzione di sé, essa esige che le posizioni in gioco siano frutto di una ricerca di verità e non mere manifestazioni di interessi. Chi esprime idee solo per interesse, solo perché sa che da questa comunicazione e dall’eventuale polemica che ne scaturisce egli ha da trarre un vantaggio (politico, economico, di consenso, di posizione o di qualunque altro genere) non ha alcuna disponibilità alla dialettica. Chi parla per suscitare effetti nel mondo intorno a lui, chi considera le idee solo un mezzo tattico per giocare una partita politico-mediatica che ha tutti altri interessi e fini, non può essere seriamente coinvolto in ciò che dice (a prescindere dal modo, dall’intensità e dalla platealità con cui si esprime) e dunque non può pretendere di coinvolgere gli altri.
Mi rammarico molto che i compagni radicali (Marco Pannella in primis) non comprendano l’inutilità e l’autolesionismo impliciti in ogni loro reazione, risposta, replica, commento ai giochetti di Ferrara. Io considero Marco Pannella, Emma Bonino e la leadership storica del movimento radicale il più alto esempio di moralità democratica espresso da questo paese e mi mortifica vederli scendere in agone con chi ha consacrato la sua intera grassa esistenza alla disonestà intellettuale e a modestissimi interessi tattici a difesa del proprio disagio umano.
Non si può e non si deve rispondere (ma nemmeno assumere a tema degno di alcuna considerazione) alle volgarità di un individuo che ha attraversato con consapevolezza tutti i conformismi e tutti i luoghi peggiori delle cultura politica italiana e che riesce a percepire se stesso e dunque a dare un qualche significato alla propria vita solo attraverso le reazioni sdegnate di chi gli è intorno. Cosa a che fare con i grandi temi delle libertà civili, con le grandi domande della vita e della morte e con la moralità dei leader radicali uno come Ferrara, stalinista da fanciullo per eredità paterna quando lo stalinismo era cultura egemone dalle sue parti, piccolo borghese in rivolta contro papà quando la rivolta era di moda, migliorista nel pci quando il migliorismo (cioè la versione borghese e mediaticamente più accettabile dello stalinismo) aveva gioco facile a pontificare sulla crisi del partito, craxiano negli anni in cui il craxismo era vangelo vincente, berlusconiano nei giorni del potere berlusconiano e tempestivo devoto baciapile proprio quando la società dimostra di volersi volgere all’indietro verso una nuova oscurità cattolica?
Lo stile provocatorio e presuntivamente anticonformista di Ferrara è da sempre un monumento al conformismo più bieco, al servilismo più sfacciato, alla disonestà intellettuale più imbarazzante, ad una concezione del pensiero come mera prostituzione ai più miserandi interessi di bottega. Perché una persona perbene dovrebbe mai preoccuparsi di replicargli alcunché?
Un appunto invece lo si può e lo si deve fare al suo metodo di lotta nonviolenta.
Adele Faccio pagò con condanne penali la sua disobbedienza civile in difesa del diritto all’aborto. Marco Pannella ha pagato con la perdita del diritto di elettorato passivo alle elezioni amministrative la sua lotta nonviolenta contro il proibizionismo sulle droghe e rischia la vita (la mette in ballo come vero dono) ogni qualvolta offre la sua fame e la sua sete alle lotte radicali.
Ferrara invece ha scelto, per scimmiottare le proteste nonviolente, di nutrirsi solo di liquidi. Ma quale prezzo paga così alla sua lotta? Ferrara è obeso ed un po’ di giorni a dieta liquida non faranno altro che ridargli un po’ di salute e ripristinare un po’ di igiene nelle sue budella. Che razza di lotta nonviolenta è quella per la quale uno, invece di sacrificare la sua salute e la sua vita, la migliora e la rigenera? Nelle sue oggettive condizioni fisiche la vera lotta nonviolenta avrebbe piuttosto richiesto che egli cominciasse ad ingurgitare venti chili di cibo strafritto al giorno e continuasse così fino a schiattarsi il fegato. Un bel ricovero d’urgenza, una lavanda gastrica procuratagli da medici che, per puro slancio umanitario, avrebbero posto fine ad una forsennata bulimia gandhiana avrebbe – allora sì - dato vero peso e vera sottolineatura al suo personale satyagraha. Ma una dieta liquida…
Neppure quando entra in contatto con i temi e le pratiche più serie, gli riesce di esser serio. E allora piantiamola di dargli eco e rispediamolo lì dove merita di stare, nella solitudine dei tristi, degli irrisolti, dei pagliacci che falliscono a far ridere.
La filosofia, che nell’esperienza socratica e platonica era “ricerca della verità”, si realizzava in quanto tale nella forma del dialogo. Fin dall’inizio della sua storia, la dialettica è sincera disponibilità all’incontro ed all’evoluzione delle idee, oppure semplicemente non è. Ma affinché la dialettica (e dunque il dialogo, la polemica, in confronto, ecc…) si realizzi ed inveri questa disponibilità all’evoluzione di sé, essa esige che le posizioni in gioco siano frutto di una ricerca di verità e non mere manifestazioni di interessi. Chi esprime idee solo per interesse, solo perché sa che da questa comunicazione e dall’eventuale polemica che ne scaturisce egli ha da trarre un vantaggio (politico, economico, di consenso, di posizione o di qualunque altro genere) non ha alcuna disponibilità alla dialettica. Chi parla per suscitare effetti nel mondo intorno a lui, chi considera le idee solo un mezzo tattico per giocare una partita politico-mediatica che ha tutti altri interessi e fini, non può essere seriamente coinvolto in ciò che dice (a prescindere dal modo, dall’intensità e dalla platealità con cui si esprime) e dunque non può pretendere di coinvolgere gli altri.
Mi rammarico molto che i compagni radicali (Marco Pannella in primis) non comprendano l’inutilità e l’autolesionismo impliciti in ogni loro reazione, risposta, replica, commento ai giochetti di Ferrara. Io considero Marco Pannella, Emma Bonino e la leadership storica del movimento radicale il più alto esempio di moralità democratica espresso da questo paese e mi mortifica vederli scendere in agone con chi ha consacrato la sua intera grassa esistenza alla disonestà intellettuale e a modestissimi interessi tattici a difesa del proprio disagio umano.
Non si può e non si deve rispondere (ma nemmeno assumere a tema degno di alcuna considerazione) alle volgarità di un individuo che ha attraversato con consapevolezza tutti i conformismi e tutti i luoghi peggiori delle cultura politica italiana e che riesce a percepire se stesso e dunque a dare un qualche significato alla propria vita solo attraverso le reazioni sdegnate di chi gli è intorno. Cosa a che fare con i grandi temi delle libertà civili, con le grandi domande della vita e della morte e con la moralità dei leader radicali uno come Ferrara, stalinista da fanciullo per eredità paterna quando lo stalinismo era cultura egemone dalle sue parti, piccolo borghese in rivolta contro papà quando la rivolta era di moda, migliorista nel pci quando il migliorismo (cioè la versione borghese e mediaticamente più accettabile dello stalinismo) aveva gioco facile a pontificare sulla crisi del partito, craxiano negli anni in cui il craxismo era vangelo vincente, berlusconiano nei giorni del potere berlusconiano e tempestivo devoto baciapile proprio quando la società dimostra di volersi volgere all’indietro verso una nuova oscurità cattolica?
Lo stile provocatorio e presuntivamente anticonformista di Ferrara è da sempre un monumento al conformismo più bieco, al servilismo più sfacciato, alla disonestà intellettuale più imbarazzante, ad una concezione del pensiero come mera prostituzione ai più miserandi interessi di bottega. Perché una persona perbene dovrebbe mai preoccuparsi di replicargli alcunché?
Un appunto invece lo si può e lo si deve fare al suo metodo di lotta nonviolenta.
Adele Faccio pagò con condanne penali la sua disobbedienza civile in difesa del diritto all’aborto. Marco Pannella ha pagato con la perdita del diritto di elettorato passivo alle elezioni amministrative la sua lotta nonviolenta contro il proibizionismo sulle droghe e rischia la vita (la mette in ballo come vero dono) ogni qualvolta offre la sua fame e la sua sete alle lotte radicali.
Ferrara invece ha scelto, per scimmiottare le proteste nonviolente, di nutrirsi solo di liquidi. Ma quale prezzo paga così alla sua lotta? Ferrara è obeso ed un po’ di giorni a dieta liquida non faranno altro che ridargli un po’ di salute e ripristinare un po’ di igiene nelle sue budella. Che razza di lotta nonviolenta è quella per la quale uno, invece di sacrificare la sua salute e la sua vita, la migliora e la rigenera? Nelle sue oggettive condizioni fisiche la vera lotta nonviolenta avrebbe piuttosto richiesto che egli cominciasse ad ingurgitare venti chili di cibo strafritto al giorno e continuasse così fino a schiattarsi il fegato. Un bel ricovero d’urgenza, una lavanda gastrica procuratagli da medici che, per puro slancio umanitario, avrebbero posto fine ad una forsennata bulimia gandhiana avrebbe – allora sì - dato vero peso e vera sottolineatura al suo personale satyagraha. Ma una dieta liquida…
Neppure quando entra in contatto con i temi e le pratiche più serie, gli riesce di esser serio. E allora piantiamola di dargli eco e rispediamolo lì dove merita di stare, nella solitudine dei tristi, degli irrisolti, dei pagliacci che falliscono a far ridere.
lunedì 14 gennaio 2008
Se ne deve andare!
Il Vicerè della Campania, Sig. Antonio Bassolino, persevera ostinatamente nel negare agli italiani ed ai napoletani in particolare le sue dimissioni, che pure gli sono da questi richieste a gran voce.
Sostiene che tali dimissioni non sarebbero utili e che egli deve invece contribuire con tutti i suoi mezzi alla risoluzione della crisi.
Se non fossimo nella tragedia più imbarazzante e patetica, queste parole sarebbero veramente comiche. A parte una totale mancanza del senso della vergogna, le dichiarazioni del Vicerè dimostrano anche una megalomania fuori dal comune perfino per gli standard dell’indecente casta politica italiese. Questa megalomania è stata alimentata a dismisura da quindici anni di incensamenti, omaggi ossequiosi e riconoscimenti che - a fronte del nulla determinato nello sviluppo di Napoli da un potere politico-amministrativo pressoché totale e senza critiche né vere opposizioni - i media, i gazzettieri, gli intellettuali da un tanto al chilo, gli artistelli di regime e i sindacalisti di sua maestà hanno tributato al Sig. Bassolino. Questa megalomania lo porta oggi a ritenere non solo che la sua responsabilità nel disastro della monnezza sia solo parziale e quasi casuale, ma che egli possa addirittura svolgere un ruolo positivo nella fuoriuscita da tale crisi. A questo compito salvifico egli si sente chiamato dal proprio senso del dovere e dell’impegno politico e, perciò, per il solo bene del popolo, egli intende restare al suo posto, pronto come sempre a dare il meglio di sé.
Risulta effettivamente difficile trattenersi da un liberatorio: ma vaff….
Un po’ tutti danno per scontato che il Vicerè farebbe bene a dimettersi e a sparire per un bel po’ dalla scena pubblica, ma nessuno sembra capace di spiattellargli in faccia una lista di motivazioni cogenti e oggettive con le quali zittire le sue roboanti vuotaggini. Cosicché nei salotti della tv si continuano i soliti salamelecchi e dai nuovisti del nuovissimo partito democratico (vecchi, in realtà, come ogni mediocrità) non vengono che slogan, formulette vaghe e inconcludenti, appelli al “serrate i ranghi”, ma nessuna vera parola di critica e a autocritica.
Vediamo allora di fare un po’ il conto.
Bassolino deve dimettersi perché negli ultimi dieci anni per lo meno ha governato e/o controllato, direttamente o indirettamente per il tramite di uomini politici suoi fedelissimi, la Regione Campania, il Comune e la Provincia di Napoli, la maggior parte dei comuni dell’area metropolitana di Napoli, tutte le aziende ed i consorzi pubblici insistenti sul territorio, tutte le ASL, gli ATO, le società incaricate di gestire i patti territoriali e gli accordi di programma insistenti sul territorio napoletano ed ogni altro braccio operativo dell’enorme e dispendiosissima macchina statale. Ha retto il Commissariato Straordinario per l’emergenza rifiuti per 3 o 4 di questi anni e per altri dieci degli ultimi quindici anni ha goduto del favore e dell’appoggio incondizionato dei governi nazionali, di cui per una breve parentesi, ha fatto anche parte con l’incarico di Ministro del Lavoro. Con una simile concentrazione di potere Bassolino ha avuto per dieci anni almeno la possibilità di intervenire con un’efficacia senza pari e senza precedenti nella storia politica napoletana in tutta la complessa rete di problemi legati allo smaltimento dei rifiuti in Campania e invece non ha prodotto nessun intervento che abbia contribuito a disinnescare la bomba che è esplosa poche settimane fa. Ha avuto tutto il tempo, tutti i mezzi normativi, tutte le risorse finanziarie, tutto l’appoggio politico, tutto il consenso popolare per determinare a Napoli soluzioni innovative e di grande respiro, per dare prova di vera capacità di governo e invece non ha realizzato niente. E per questo si deve dimettere.
Bassolino si deve dimettere perché gli atti del Commissariato Straordinario di Governo per l’emergenza rifiuti con i quali sono stati moltiplicati per 60 (sessanta) gli stipendi dei dirigenti del Commissariato stesso a fronte di nessuna produttività e di nessuna realizzazione, portano la sua firma.
Bassolino si deve dimettere perché gli atti del Commissariato Straordinario di Governo per l’emergenza rifiuti con i quali sono state liquidate parcelle milionarie a consulenti le cui consulenze non sono state poi nemmeno prese in considerazione portano la sua firma.
Bassolino si deve dimettere perché gli atti del Commissariato Straordinario di Governo per l’emergenza rifiuti con i quali sono stati acquistati (per milioni e milioni di euro) camion che non sono mai entrati in funzione e sistemi di telerilevamento che nessuno ha mai utilizzato portano la sua firma.
Bassolino si deve dimettere perché gli atti del Commissariato Straordinario di Governo per l’emergenza rifiuti con i quali enormi risorse sono state dilapidate e sottratte ai loro fini principali portano la sua firma.
Quando il giornalista di Report gli contestò le stesse cose durante la celebre intervista andata in onda l’anno scorso, credendo che le telecamere fossero spente, il Vicerè – evidentemente iracondo per la lesa maestà – urlò che lui “non sapeva un cazzo” di quelle consulenze e di quelle spese. Tutta l’Italia lo sentì ma solo pochi cominciarono a capire il grande bluff che si era costruito negli ultimi quindici anni a Napoli dietro l’immagine di Bassolino.
Ma è proprio questo il punto.
Bassolino si deve dimettere perché non sa un cazzo del modo in cui ha speso l’enorme quantità di denaro che gli era stata affidata per risolvere il problema della monnezza.
Si deve dimettere perché non sa un cazzo di come tale problema vada affrontato e perché, più in generale, ha dimostrato di non sapere un cazzo di come si governa la cosa pubblica e di come si creano benessere e sviluppo.
E ora, per mantenerci sul suo stile (quello vero, quello che viene fuori solo quando le telecamere sono spente e gli slogan buonisti e la faccia simpatica non servono più), ora è tempo che se ne vada fuori dalle palle!
Sostiene che tali dimissioni non sarebbero utili e che egli deve invece contribuire con tutti i suoi mezzi alla risoluzione della crisi.
Se non fossimo nella tragedia più imbarazzante e patetica, queste parole sarebbero veramente comiche. A parte una totale mancanza del senso della vergogna, le dichiarazioni del Vicerè dimostrano anche una megalomania fuori dal comune perfino per gli standard dell’indecente casta politica italiese. Questa megalomania è stata alimentata a dismisura da quindici anni di incensamenti, omaggi ossequiosi e riconoscimenti che - a fronte del nulla determinato nello sviluppo di Napoli da un potere politico-amministrativo pressoché totale e senza critiche né vere opposizioni - i media, i gazzettieri, gli intellettuali da un tanto al chilo, gli artistelli di regime e i sindacalisti di sua maestà hanno tributato al Sig. Bassolino. Questa megalomania lo porta oggi a ritenere non solo che la sua responsabilità nel disastro della monnezza sia solo parziale e quasi casuale, ma che egli possa addirittura svolgere un ruolo positivo nella fuoriuscita da tale crisi. A questo compito salvifico egli si sente chiamato dal proprio senso del dovere e dell’impegno politico e, perciò, per il solo bene del popolo, egli intende restare al suo posto, pronto come sempre a dare il meglio di sé.
Risulta effettivamente difficile trattenersi da un liberatorio: ma vaff….
Un po’ tutti danno per scontato che il Vicerè farebbe bene a dimettersi e a sparire per un bel po’ dalla scena pubblica, ma nessuno sembra capace di spiattellargli in faccia una lista di motivazioni cogenti e oggettive con le quali zittire le sue roboanti vuotaggini. Cosicché nei salotti della tv si continuano i soliti salamelecchi e dai nuovisti del nuovissimo partito democratico (vecchi, in realtà, come ogni mediocrità) non vengono che slogan, formulette vaghe e inconcludenti, appelli al “serrate i ranghi”, ma nessuna vera parola di critica e a autocritica.
Vediamo allora di fare un po’ il conto.
Bassolino deve dimettersi perché negli ultimi dieci anni per lo meno ha governato e/o controllato, direttamente o indirettamente per il tramite di uomini politici suoi fedelissimi, la Regione Campania, il Comune e la Provincia di Napoli, la maggior parte dei comuni dell’area metropolitana di Napoli, tutte le aziende ed i consorzi pubblici insistenti sul territorio, tutte le ASL, gli ATO, le società incaricate di gestire i patti territoriali e gli accordi di programma insistenti sul territorio napoletano ed ogni altro braccio operativo dell’enorme e dispendiosissima macchina statale. Ha retto il Commissariato Straordinario per l’emergenza rifiuti per 3 o 4 di questi anni e per altri dieci degli ultimi quindici anni ha goduto del favore e dell’appoggio incondizionato dei governi nazionali, di cui per una breve parentesi, ha fatto anche parte con l’incarico di Ministro del Lavoro. Con una simile concentrazione di potere Bassolino ha avuto per dieci anni almeno la possibilità di intervenire con un’efficacia senza pari e senza precedenti nella storia politica napoletana in tutta la complessa rete di problemi legati allo smaltimento dei rifiuti in Campania e invece non ha prodotto nessun intervento che abbia contribuito a disinnescare la bomba che è esplosa poche settimane fa. Ha avuto tutto il tempo, tutti i mezzi normativi, tutte le risorse finanziarie, tutto l’appoggio politico, tutto il consenso popolare per determinare a Napoli soluzioni innovative e di grande respiro, per dare prova di vera capacità di governo e invece non ha realizzato niente. E per questo si deve dimettere.
Bassolino si deve dimettere perché gli atti del Commissariato Straordinario di Governo per l’emergenza rifiuti con i quali sono stati moltiplicati per 60 (sessanta) gli stipendi dei dirigenti del Commissariato stesso a fronte di nessuna produttività e di nessuna realizzazione, portano la sua firma.
Bassolino si deve dimettere perché gli atti del Commissariato Straordinario di Governo per l’emergenza rifiuti con i quali sono state liquidate parcelle milionarie a consulenti le cui consulenze non sono state poi nemmeno prese in considerazione portano la sua firma.
Bassolino si deve dimettere perché gli atti del Commissariato Straordinario di Governo per l’emergenza rifiuti con i quali sono stati acquistati (per milioni e milioni di euro) camion che non sono mai entrati in funzione e sistemi di telerilevamento che nessuno ha mai utilizzato portano la sua firma.
Bassolino si deve dimettere perché gli atti del Commissariato Straordinario di Governo per l’emergenza rifiuti con i quali enormi risorse sono state dilapidate e sottratte ai loro fini principali portano la sua firma.
Quando il giornalista di Report gli contestò le stesse cose durante la celebre intervista andata in onda l’anno scorso, credendo che le telecamere fossero spente, il Vicerè – evidentemente iracondo per la lesa maestà – urlò che lui “non sapeva un cazzo” di quelle consulenze e di quelle spese. Tutta l’Italia lo sentì ma solo pochi cominciarono a capire il grande bluff che si era costruito negli ultimi quindici anni a Napoli dietro l’immagine di Bassolino.
Ma è proprio questo il punto.
Bassolino si deve dimettere perché non sa un cazzo del modo in cui ha speso l’enorme quantità di denaro che gli era stata affidata per risolvere il problema della monnezza.
Si deve dimettere perché non sa un cazzo di come tale problema vada affrontato e perché, più in generale, ha dimostrato di non sapere un cazzo di come si governa la cosa pubblica e di come si creano benessere e sviluppo.
E ora, per mantenerci sul suo stile (quello vero, quello che viene fuori solo quando le telecamere sono spente e gli slogan buonisti e la faccia simpatica non servono più), ora è tempo che se ne vada fuori dalle palle!
giovedì 10 gennaio 2008
Il grande bluff
Nella sua ultima esternazione mediatica, il Vicerè della Campania Sig. Antonio Bassolino ha dichiarato che “se servisse a qualcosa” sarebbe pronto a dimettersi ma che, invece, resterà saldamente inchiodato sulla sua poltrona perché le sue dimissioni sarebbero inutili alla soluzione della tragedia rifiuti. E così, sopra la montagna di monnezza generata da quindici anni di malgoverno, c’ha messo pure il coppetiello.
In fondo non è colpa sua. Semplicemente la sua mente non riesce a concepire l’idea che il potere sia solo esercizio di una funzione pubblica e che a questo esercizio si sia delegati sotto il vincolo di una rendicontazione continua e seria; che, cioè, il potere trovi la sua unica legittimazione nell’onere della responsabilità. Abituato a comprare l’approvazione dei sudditi a suon di slogan, annunci e operazioni mediatiche, nonché a sentirsi incessantemente encomiare dalla sua corte dei miracoli, il Vicerè non riesce neppure ad immaginare l’idea delle proprie dimissioni. Tanto a che servirebbero? il guaio è già fatto! pare essere il lapsus della sua dichiarazione.
E invece servirebbero tantissimo, sarebbero l’unica cosa utile che lui e tutti i suoi potrebbero fare per contribuire con un ultimo estremo impensabile atto di dignità alla soluzione della tragedia.
Sarebbero utili perché ripristinerebbero quell’elementare principio di responsabilità che fonda l’esercizio del potere negli stati democratici.
Sarebbero utili perché l’affermazione della responsabilità ridarebbe alle istituzioni un po’ di credibilità e ai sudditi un po’ di fiducia.
Sarebbero utili perché le insurrezioni e le rivolte di tipo NIMBY che si scatenano ad ogni intervento operativo (apertura di discariche, individuazione di siti, costruzione di termovalorizzatori, ecc…) nascono semplicemente dalla totale mancanza di credibilità delle istituzioni che tali interventi mettono in atto e dalla totale mancanza di fiducia dei sudditi nelle promesse e nei giudizi delle stesse.
Le rivolte sono inutili e dannose alle loro stesse cause. Le rivolte dimostrano inconfutabilmente la condizione di sudditanza e non di cittadinanza dei rivoltosi perché esprimono frustrazione e impotenza, laddove in uno stato democratico il popolo dovrebbe avere tutto lo spazio e tutto il potere per manifestare ed imporre la propria volontà in modi non autodistruttivi. Le rivolte confermano la natura lazzara e premoderna della plebe napoletana, che negli ultimi cinquant’anni ha subito solo crescita ed ingrasso ma nessun vero sviluppo.
Ciononostante, le rivolte sono la reazione isterica di chi si sente impotente davanti ad un potere privo di qualunque credibilità. Sono l’ultima (ma in realtà la sola) risorsa di chi sa (perché ne ha conferma da molti secoli) che ogni promessa sarà disattesa, che ogni impegno non sarà mantenuto, che ogni risarcimento sarà negato, che ogni soldo ed ogni risorsa stanziata saranno ingoiati, occultati, dispersi e sprecati da un sistema di interessi particolaristici ed illegali patologicamente ingordo.
Le dimissioni del Vicerè contribuirebbero a restituire normalità e pace ad un territorio che ne abbisogna per uscire dal vicolo cieco in cui si è ficcato. Avrebbero questa funzione perché agli occhi del popolo sdegnato sarebbero nuove, sarebbero inaudite, sarebbero miracolistiche.
Le dimissioni del Vicerè servirebbero, inoltre, a dare il primo colpo di scrostatura a quell’intricato sistema di poteri e di interessi che si è coagulato dietro l’immagine mediaticamente salvifica del Vicerè stesso. Ma proprio per questo esse non ci saranno. Perché quel sistema sta combattendo in queste ore la sua penosa battaglia per sopravvivere a se stesso. Si sta dimenando come una belva ferita, che sente di essere prossima alla fine e convulsamente fa appello a tutte le sue risorse per salvarsi.
La crisi della monnezza investe tutti gli aspetti del governo del territorio. È crisi gravissima del livello di efficienza generale delle istituzioni in Campania. È crisi di un modello insano e insostenibile di spesa e gestione delle risorse pubbliche. È crisi di un modello urbanistico insensato, che a fronte di normative ridicolmente dirigiste e limitanti, ha fatto esplodere una crescita demografica ed un addensamento edilizio illegale e incontrollato, che hanno fatto di Napoli e della sua provincia un posto inabitabile ed orrendo.
Questa pluridimensionalità della crisi della monnezza dà origine alla valanga di responsabilità oggettive che si deve riversare su chi ha retto il territorio, controllandone capillarmente ogni istituzione e livello di governo ed ogni ambito dell’economia pubblica e privata come un satrapo persiano.
Le montagne di sacchetti hanno svelato definitivamente il grande bluff che si è giocato a Napoli negli ultimi quindici anni: un patetico sistema di operazioni di immagine, annunci, distribuzione di prebende, che – in una riedizione aggiornata del più vecchio e triste panem et circenses – ha generato, amalgamato e consolidato un enorme consenso plebeo intorno al nulla.
Le carte sono sul tavolo, adesso. Adesso nessuno più può far finta di non vedere e di non sapere. Il teatrino di ruoli e personaggi in cui tutti hanno trovato una parte in questi anni (politici di professione, professionisti che vivono di politica, militanti e militonti di partito, sedicenti intellettuali da un tanto al chilo e sindacalisti di regime) è al suo atto finale.
Staremo a vedere se basterà per svoltare. Per ora, si intravede l’avanzata del deserto, ma poco o niente di più.
In fondo non è colpa sua. Semplicemente la sua mente non riesce a concepire l’idea che il potere sia solo esercizio di una funzione pubblica e che a questo esercizio si sia delegati sotto il vincolo di una rendicontazione continua e seria; che, cioè, il potere trovi la sua unica legittimazione nell’onere della responsabilità. Abituato a comprare l’approvazione dei sudditi a suon di slogan, annunci e operazioni mediatiche, nonché a sentirsi incessantemente encomiare dalla sua corte dei miracoli, il Vicerè non riesce neppure ad immaginare l’idea delle proprie dimissioni. Tanto a che servirebbero? il guaio è già fatto! pare essere il lapsus della sua dichiarazione.
E invece servirebbero tantissimo, sarebbero l’unica cosa utile che lui e tutti i suoi potrebbero fare per contribuire con un ultimo estremo impensabile atto di dignità alla soluzione della tragedia.
Sarebbero utili perché ripristinerebbero quell’elementare principio di responsabilità che fonda l’esercizio del potere negli stati democratici.
Sarebbero utili perché l’affermazione della responsabilità ridarebbe alle istituzioni un po’ di credibilità e ai sudditi un po’ di fiducia.
Sarebbero utili perché le insurrezioni e le rivolte di tipo NIMBY che si scatenano ad ogni intervento operativo (apertura di discariche, individuazione di siti, costruzione di termovalorizzatori, ecc…) nascono semplicemente dalla totale mancanza di credibilità delle istituzioni che tali interventi mettono in atto e dalla totale mancanza di fiducia dei sudditi nelle promesse e nei giudizi delle stesse.
Le rivolte sono inutili e dannose alle loro stesse cause. Le rivolte dimostrano inconfutabilmente la condizione di sudditanza e non di cittadinanza dei rivoltosi perché esprimono frustrazione e impotenza, laddove in uno stato democratico il popolo dovrebbe avere tutto lo spazio e tutto il potere per manifestare ed imporre la propria volontà in modi non autodistruttivi. Le rivolte confermano la natura lazzara e premoderna della plebe napoletana, che negli ultimi cinquant’anni ha subito solo crescita ed ingrasso ma nessun vero sviluppo.
Ciononostante, le rivolte sono la reazione isterica di chi si sente impotente davanti ad un potere privo di qualunque credibilità. Sono l’ultima (ma in realtà la sola) risorsa di chi sa (perché ne ha conferma da molti secoli) che ogni promessa sarà disattesa, che ogni impegno non sarà mantenuto, che ogni risarcimento sarà negato, che ogni soldo ed ogni risorsa stanziata saranno ingoiati, occultati, dispersi e sprecati da un sistema di interessi particolaristici ed illegali patologicamente ingordo.
Le dimissioni del Vicerè contribuirebbero a restituire normalità e pace ad un territorio che ne abbisogna per uscire dal vicolo cieco in cui si è ficcato. Avrebbero questa funzione perché agli occhi del popolo sdegnato sarebbero nuove, sarebbero inaudite, sarebbero miracolistiche.
Le dimissioni del Vicerè servirebbero, inoltre, a dare il primo colpo di scrostatura a quell’intricato sistema di poteri e di interessi che si è coagulato dietro l’immagine mediaticamente salvifica del Vicerè stesso. Ma proprio per questo esse non ci saranno. Perché quel sistema sta combattendo in queste ore la sua penosa battaglia per sopravvivere a se stesso. Si sta dimenando come una belva ferita, che sente di essere prossima alla fine e convulsamente fa appello a tutte le sue risorse per salvarsi.
La crisi della monnezza investe tutti gli aspetti del governo del territorio. È crisi gravissima del livello di efficienza generale delle istituzioni in Campania. È crisi di un modello insano e insostenibile di spesa e gestione delle risorse pubbliche. È crisi di un modello urbanistico insensato, che a fronte di normative ridicolmente dirigiste e limitanti, ha fatto esplodere una crescita demografica ed un addensamento edilizio illegale e incontrollato, che hanno fatto di Napoli e della sua provincia un posto inabitabile ed orrendo.
Questa pluridimensionalità della crisi della monnezza dà origine alla valanga di responsabilità oggettive che si deve riversare su chi ha retto il territorio, controllandone capillarmente ogni istituzione e livello di governo ed ogni ambito dell’economia pubblica e privata come un satrapo persiano.
Le montagne di sacchetti hanno svelato definitivamente il grande bluff che si è giocato a Napoli negli ultimi quindici anni: un patetico sistema di operazioni di immagine, annunci, distribuzione di prebende, che – in una riedizione aggiornata del più vecchio e triste panem et circenses – ha generato, amalgamato e consolidato un enorme consenso plebeo intorno al nulla.
Le carte sono sul tavolo, adesso. Adesso nessuno più può far finta di non vedere e di non sapere. Il teatrino di ruoli e personaggi in cui tutti hanno trovato una parte in questi anni (politici di professione, professionisti che vivono di politica, militanti e militonti di partito, sedicenti intellettuali da un tanto al chilo e sindacalisti di regime) è al suo atto finale.
Staremo a vedere se basterà per svoltare. Per ora, si intravede l’avanzata del deserto, ma poco o niente di più.
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