Ho il piacere e l'onore di esprimere finalmente la mia opinione sull'omuncolo travaglio e sul suo becero modo di spacciare illazioni e qualunquismo per giornalismo di inchiesta citando per intero il bellissimo articolo di Giuseppe D'Avanzo pubblicato su Repubblica stamattina.
A tutti coloro che, pur provenendo da un retaggio culturale e politico di sinistra, ancora (misteriosamente) si attardano a prestare attenzione al nuovo circo mediatico che alimenta le nevrosi della "nuova" sinistra qualunquista-giustizialista, propongo di pensare, ogniqualvolta capita loro di prestare orecchio alle volgarità dei vari travagli e santori e peppegrilli di questi ultimi mesi, se le stesse cose avrebbero mai potuto pronunciarle e proporle Andrea Barbato o Sergio Zavoli, che pure del giornalismo di inchiesta e di alto profilo civile sono stati maestri in questo paese.
Ecco l'articolo di D'Avanzo:
La lezione del caso Schifani
di GIUSEPPE D'AVANZO
E' utile ragionare sul "caso Schifani". E - ancora una volta - sul giornalismo d'informazione, sulle "agenzie del risentimento", sull'antipolitica. Marco Travaglio sostiene, per dirne una, che fin "dagli anni Novanta, Renato Schifani ha intrattenuto rapporti con Nino Mandalà il futuro boss di Villabate" e protesta: "I fascistelli di destra, di sinistra e di centro che mi attaccano, ancora non hanno detto che cosa c'era di falso in quello che ho detto". Gli appare sufficiente quel rapporto lontano nel tempo - non si sa quanto consapevole (il legame tra i due risale al 1979; soltanto nel 1998, più o meno venti anni dopo, quel Mandalà viene accusato di mafia) - per persuadere un ascoltatore innocente che il presidente del Senato sia in odore di mafia. Che il nostro Paese, anche nelle sue istituzioni più prestigiose, sia destinato a essere governato (sia governato) da uomini collusi con Cosa Nostra. Se si ricordano queste circostanze (emergono da atti giudiziari) è per dimostrare quanto possono essere sfuggenti e sdrucciolevoli "i fatti" quando sono proposti a un lettore inconsapevole senza contesto, senza approfondimento e un autonomo lavoro di ricerca. E' un metodo di lavoro che soltanto abusivamente si definisce "giornalismo d'informazione". Le lontane "amicizie pericolose" di Schifani furono raccontate per la prima volta, e ripetutamente, da Repubblica nel 2002 (da Enrico Bellavia). In quell'anno furono riprese dall'Espresso (da Franco Giustolisi e Marco Lillo). Nel 2004 le si potevano leggere in Voglia di mafia (di Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, Carocci). Tre anni dopo in I complici (di Lirio Abbate e Peter Gomez, Fazi). Se dei legami dubbi di Schifani non si è più parlato non è per ottusità, opportunismo o codardia né, come dice spensieratamente Travaglio a un sempre sorridente Fabio Fazio, perché l'agenda delle notizie è dettata dalla politica ai giornali (a tutti i giornali?).
Non se n'è più parlato perché un lavoro di ricerca indipendente non ha offerto alcun - ulteriore e decisivo - elemento di verità. Siamo fermi al punto di partenza. Quasi trent'anni fa Schifani è stato in società con un tipo che, nel 1994, fonda un circolo di Forza Italia a Villabate e, quattro anni dopo, viene processato come mafioso. I filosofi ( Bernard Williams, ad esempio) spiegano che la verità offre due differenti virtù: la sincerità e la precisione. La sincerità implica semplicemente che le persone dicano ciò che credono sia vero. Vale a dire, ciò che credono. La precisione implica cura, affidabilità, ricerca nello scovare la verità, nel credere a essa. Il "giornalismo dei fatti" ha un metodo condiviso per acquisire la verità possibile. Contesti, nessi rigorosi, fonti plurime e verificate e anche così, più che la verità, spesso, si riesce a capire soltanto dov'è la menzogna e, quando va bene, si può ripetere con Camus: "Non abbiamo mentito" (lo ha ricordato recentemente Claudio Magris). Si può allora dire che Travaglio è sincero con quel dice e insincero con chi lo ascolta. Dice quel che crede e bluffa sulla completezza dei "fatti" che dovrebbero sostenere le sue convinzioni. Non è giornalismo d'informazione, come si autocertifica. E', nella peggiore tradizione italiana, giornalismo d'opinione che mai si dichiara correttamente tale al lettore/ascoltatore. Nella radicalità dei conflitti politici, questo tipo di scaltra informazione veste i panni dell'asettico, neutrale watchdog - di "cane da guardia" dei poteri ("Io racconto solo fatti") - per nascondere, senza mai svelarla al lettore, la sua partigianeria anche quando consapevolmente presenta come "fatti" ciò che "fatti", nella loro ambiguità, non possono ragionevolmente essere considerati (a meno di non considerare "fatti" quel che potrebbero accusare più di d'un malcapitato). L'operazione è ancora più insidiosa quando si eleva a routine. Diventata abitudine e criterio, avvelena costantemente il metabolismo sociale nutrendolo con un risentimento che frantuma ogni legame pubblico e civismo come se non ci fosse più alcuna possibilità di tenere insieme interessi, destini, futuro ("Se anche la seconda carica dello Stato è oggi un mafioso..."). E' un metodo di lavoro che non informa il lettore, lo manipola, lo confonde. E' un sistema che indebolisce le istituzioni. Che attribuisce abitualmente all'avversario di turno (sono a destra come a sinistra, li si sceglie a mano libera) un'abusiva occupazione del potere e un'opacità morale. Che propone ai suoi innocenti ascoltatori di condividere impotenza, frustrazione, rancore. Lascia le cose come stanno perché non rimuove alcun problema e pregiudica ogni soluzione. Queste "agenzie del risentimento" lavorano a un cattivo giornalismo. Ne fanno una malattia della democrazia e non una risorsa. Si fanno pratica scandalistica e proficuamente commerciale alle spalle di una energica aspettativa sociale che chiede ai poteri di recuperare in élite integrity, in competenza, in decisione. Trasformano in qualunquismo antipolitico una sana, urgente, necessaria critica alla classe politico-istituzionale. Nel "caso Schifani" non si può stare dalla parte di nessuno degli antagonisti. Non con Travaglio che confonde le carte ed è insincero con i tanti che, in buona fede, gli concedono fiducia. Non con Schifani che, dalle inchieste del 2002, ha sempre preferito tacere sul quel suo passato sconsiderato. Non con chi - nell'opposizione - ha espresso al presidente del Senato solidarietà a scatola chiusa. Non con la Rai, incapace di definire e di far rispettare un metodo di lavoro che, nel rispetto dei doveri del servizio pubblico, incroci libertà e responsabilità. In questa storia, si può stare soltanto con i lettori/spettatori che meritano, a fronte delle miopie, opacità, errori, inadeguatezze della classe politica, un'informazione almeno esplicita nel metodo e trasparente nelle intenzioni. (13 maggio 2008)
Letto, apprezzato, sottoscritto.
martedì 13 maggio 2008
venerdì 2 maggio 2008
Già detto
Ora che il disastro è completo possiamo fare qualche considerazione riassuntiva sulla vicenda che si è aperta 4 mesi fa con la crisi di governo e che è terminata in questi giorni con l’elezione di un fascio - che nel ’94 si vantava ancora di “saper usare le catene” - a presidente della Camera dei Deputati di una Repubblica fondata dalla resistenza antifascista, e di un altro fascio - che porta ancora al collo una collanina con la croce celtica perché dice che in nome di quel simbolo “sono morti tanti giovani” - a sindaco della capitale di quella stessa repubblica.
Mi sento un po’ come uno che si risveglia dal coma dopo qualche anno e trova il mondo intorno a lui pazzescamente mutato. Sembra che sia passata una vita ma in realtà sono solo pochi mesi da quando in questo paese il dibattito pubblico aveva all’ordine del giorno le liberalizzazioni del mercato, gli interventi per incentivare la produzione energetica con fonti sostenibili, i diritti civili delle coppie di fatto, il nuovo trattato sull’Unione Europea e la riforma del sistema dell’università e della ricerca. Queste parole suonano già come echi di un mondo remoto e trascorso, ora che in tivvù non si fa altro che parlare di stupri nelle stazione del metrò, di peppegrillo e dei caroselli tutti tricolore e saluto romano con i quali i fasci della capitale hanno festeggiato la loro fuoriuscita dalle fogne in cui giustamente erano stati segregati negli ultimi sessant’anni.
Bè, che ci vogliamo fare, con chi ce la vogliamo pigliare, sono cose che capitano…
Saranno pure cose che capitano ma io, che sono un vecchio bisbetico brontolone a cui non sta mai bene niente, proprio non ce la faccio a prenderla con filosofia.
Lasciamo da parte il risultato delle elezioni nazionali, frutto della congiunta imbecillità di un po’ tutto il quadretto dirigente del centrosinistra. Ma a Roma non ci voleva un cazzo a vincere! Bastava semplicemente candidare anche al comune un Nicola Zingaretti, cioè un giovane bravo in gamba pulito faticatore capace di dare effettivamente corpo alle aspettative di innovazione dell’elettorato, invece di imporre per l’ennesima volta un vecchio bellimbusto paraculo e clericale. Tutto qui. Lo hanno detto nel modo più esplicito possibile quelle decine di migliaia di elettori che hanno votato al primo turno delle comunali per le liste del centrosinistra, che hanno eletto al secondo turno Zingaretti e che nello stesso momento e nella medesima cabina hanno mandato affanculo rutelli e barrato il nome di alemanno. È del tutto lampante che chi – pur essendo manifestamente sostenitore del centrosinistra - ha scelto con così lucida determinazione di consegnare il governo della capitale ai fasci della garbatella si è imposto un atto di masochismo e di automortificazione che si comprende e si spiega solo con l'insopprimibile bisogno di liberarsi della gentaglia che usurpa la leadership delle forze democratiche di questo paese. Non c’è nient’altro. La campagna sull’insicurezza non c’entra assolutamente niente. La campagna ossessiva e martellante sulla criminalità urbana è servita a portare al voto gli elettori di centrodestra, tradizionalmente inerti e inclini al disimpegno, secondo un ben preciso e collaudato schema di marketing elettorale. Ma rutelli le elezioni non le ha perse per il voto di questi elettori. Le ha perse per il voto di quelle decine di migliaia di elettori del centrosinistra che consapevolmente hanno preferito tagliarsi il pisello pur di far dispetto alla moglie. Né più né meno, d'altronde, di ciò che avevano già fatto due settimane prima i milioni di lavoratori dipendenti che erano corsi a votare per la lega e per berlusconi soprattutto per il gusto di mandare a casa un centrosinistra che li aveva così nauseati.
Ma naturalmente un’analisi simile non la sentirete mai fare in tivvù o sui giornali. Semplicemente perché nessuno nell’establishment si azzarderebbe a metterebbe in discussione la leadership di questi coglioni: né i coglioni stessi, che ovviamente vivono e tramano al solo fine della loro stessa inutile sopravvivenza; né tanto meno la teppaglia avversa, che ha tutto l’interesse a tenere in vita il più a lungo possibile i vari veltroni e rutelli, ben sapendo quanto sia più facile vincere su una cacchetta piuttosto che su uno statista.
Il punto è che gli elettori stabilmente di centrodestra sono felici di votare per la merda, perché sostanzialmente ci si identificano. Ma gli elettori di centrosinistra e quelli che oscillano di volta in volta da un campo all’altro facendo la differenza non sono invece disposti a tollerare mancanza di qualità da questa parte. Alle forze progressiste semplicemente si chiede di più che a quelle conservatrici. È così per definizione, è così in ogni paese del mondo. Per questo l’unica conclusione che andrebbe tratta da questa penosa vicenda elettorale sarebbe la necessità di un’epurazione radicale di tutta la burokràtia del piddì. E invece ci tocca ancora sentire dichiarazioni che ci annunciano "rinnovati e più forti impegni" e "nuovi progetti per il futuro" da parte degli stessi stronzi che hanno perso e hanno mandato a puttane un’importante stagione riformista. Interpretano una lettera di licenziamento come un incoraggiamento a fare di più! Non ce la fanno proprio a prendere in considerazione l’idea che il futuro non è cosa che li riguardi più, che loro non c’entrano niente con ciò che l’Italia democratica e progressista vuole dalla sua parte politica.
In tutti i paesi del mondo libero e civile la sconfitta significa abbandono della scena politica. Perché in Italia non è così? Perché tutti i meccanismi di selezione delle leadership politiche sono antidemocratici. Perché agli elettori è stato tolto il diritto di scegliersi i propri rappresentanti guardandoli bene in faccia in collegi uninominali e perché la vita interna dei partiti è paralizzata dal conformismo, dall’inerzia e dall’incultura dei mili-tonti e gravemente drogata dalle cordate di potere, sottopotere e minuscoli interessi che tengono in vita le mummie.
La qualità umana dei burocrati del centrosinistra è così bassa che davvero io non vedo vie d’uscita. Il senso di protervia che emana da tutte le pratiche di autotutela ed autoreplicazione messe in atto da questa gente è assolutamente nauseabondo. L’esempio peggiore, in quest'ultima tornata, non è stato secondo me neppure quello dato da veltroni e rutelli, che si saranno scambiati il posto incontrandosi di sfuggita in un corridoio e credendo di disporre delle istituzioni e delle candidature come della loro bottega. La figura più becera l'ha fatta anna finocchiaro. Da leader dei ds di Catania aveva ridotto il partito al 5% e per questo fu premiata con un posto in Senato. Dicevano che appariva bene in tivvù e allora la fecero capogruppo. Poi l’hanno candidata alle elezioni regionali in Sicilia ma solo dopo averle assicurato un superparacadute come capolista al Senato in Umbria. È riuscita nel non facile compito di portare la coalizione di centrosinistra in Sicilia al 30% dopo solo due anni che la stessa coalizione aveva raccolto il 45 ed, in cambio di questo grandioso risultato, invece di un sonoro calcio nel culo, ha ricevuto un nuovo premio: è stata ri-nominata un’altra volta capogruppo al Senato, per gentile concessione del capo-loft. Ma con questo tipo di persone che speranze può mai avere l’Italia democratica di vedersi rappresentata e di guidare il Paese? Non hanno la minima idea di che cosa sia la battaglia politica, non hanno la minima idea di che cosa siano lo spirito di servizio e il senso dell’impegno. Danno per scontate le sconfitte e accettano di candidarsi in elezioni difficili solo se nel frattempo qualcuno gli garantisce un posto alternativo. Non danno nessun valore ai risultati e ai giudizi degli elettori e trovano sempre il modo di perpetuare se stessi. So di essere controcorrente in questo mio giudizio ma anna finocchiaro ha dimostrato, a dispetto di tutta la sua telegenicità, di essere uno dei personaggi più squallidi dell’attuale gruppo dirigente del piddì e ha dimostrato nello stesso tempo che quelli che vengono cooptati dall’establishment e presentati come esponenti del "nuovo" non sono nient’altro che la brutta copia dei loro mentori, malati della stessa pochezza, vecchi ancor prima di nascere.
L’Italia democratica e progressista potrà vedersi vincente in questo Paese solo quando riuscirà a farsi rappresentare da un gruppo dirigente che mostri di aver maturato la propria cultura politica nell’esperienza civile del lavoro e della partecipazione concreta alla vita della nazione e che riesca ad affermarsi in aperta ed inconciliabile rottura e contrapposizione con le macchiette di questa stagione politica.
La nascita di una simile leadership richiede una gestazione collettiva, un impegno condiviso che deve cominciare subito, perché le sfide che il futuro prossimo ci riserva sono pesanti. Bisogna venir fuori dall’apatia e dall’autoreferenzialità e cominciare a rimettersi in gioco seriamente.
Ma questo mi pare di averlo già detto.
Mi sento un po’ come uno che si risveglia dal coma dopo qualche anno e trova il mondo intorno a lui pazzescamente mutato. Sembra che sia passata una vita ma in realtà sono solo pochi mesi da quando in questo paese il dibattito pubblico aveva all’ordine del giorno le liberalizzazioni del mercato, gli interventi per incentivare la produzione energetica con fonti sostenibili, i diritti civili delle coppie di fatto, il nuovo trattato sull’Unione Europea e la riforma del sistema dell’università e della ricerca. Queste parole suonano già come echi di un mondo remoto e trascorso, ora che in tivvù non si fa altro che parlare di stupri nelle stazione del metrò, di peppegrillo e dei caroselli tutti tricolore e saluto romano con i quali i fasci della capitale hanno festeggiato la loro fuoriuscita dalle fogne in cui giustamente erano stati segregati negli ultimi sessant’anni.
Bè, che ci vogliamo fare, con chi ce la vogliamo pigliare, sono cose che capitano…
Saranno pure cose che capitano ma io, che sono un vecchio bisbetico brontolone a cui non sta mai bene niente, proprio non ce la faccio a prenderla con filosofia.
Lasciamo da parte il risultato delle elezioni nazionali, frutto della congiunta imbecillità di un po’ tutto il quadretto dirigente del centrosinistra. Ma a Roma non ci voleva un cazzo a vincere! Bastava semplicemente candidare anche al comune un Nicola Zingaretti, cioè un giovane bravo in gamba pulito faticatore capace di dare effettivamente corpo alle aspettative di innovazione dell’elettorato, invece di imporre per l’ennesima volta un vecchio bellimbusto paraculo e clericale. Tutto qui. Lo hanno detto nel modo più esplicito possibile quelle decine di migliaia di elettori che hanno votato al primo turno delle comunali per le liste del centrosinistra, che hanno eletto al secondo turno Zingaretti e che nello stesso momento e nella medesima cabina hanno mandato affanculo rutelli e barrato il nome di alemanno. È del tutto lampante che chi – pur essendo manifestamente sostenitore del centrosinistra - ha scelto con così lucida determinazione di consegnare il governo della capitale ai fasci della garbatella si è imposto un atto di masochismo e di automortificazione che si comprende e si spiega solo con l'insopprimibile bisogno di liberarsi della gentaglia che usurpa la leadership delle forze democratiche di questo paese. Non c’è nient’altro. La campagna sull’insicurezza non c’entra assolutamente niente. La campagna ossessiva e martellante sulla criminalità urbana è servita a portare al voto gli elettori di centrodestra, tradizionalmente inerti e inclini al disimpegno, secondo un ben preciso e collaudato schema di marketing elettorale. Ma rutelli le elezioni non le ha perse per il voto di questi elettori. Le ha perse per il voto di quelle decine di migliaia di elettori del centrosinistra che consapevolmente hanno preferito tagliarsi il pisello pur di far dispetto alla moglie. Né più né meno, d'altronde, di ciò che avevano già fatto due settimane prima i milioni di lavoratori dipendenti che erano corsi a votare per la lega e per berlusconi soprattutto per il gusto di mandare a casa un centrosinistra che li aveva così nauseati.
Ma naturalmente un’analisi simile non la sentirete mai fare in tivvù o sui giornali. Semplicemente perché nessuno nell’establishment si azzarderebbe a metterebbe in discussione la leadership di questi coglioni: né i coglioni stessi, che ovviamente vivono e tramano al solo fine della loro stessa inutile sopravvivenza; né tanto meno la teppaglia avversa, che ha tutto l’interesse a tenere in vita il più a lungo possibile i vari veltroni e rutelli, ben sapendo quanto sia più facile vincere su una cacchetta piuttosto che su uno statista.
Il punto è che gli elettori stabilmente di centrodestra sono felici di votare per la merda, perché sostanzialmente ci si identificano. Ma gli elettori di centrosinistra e quelli che oscillano di volta in volta da un campo all’altro facendo la differenza non sono invece disposti a tollerare mancanza di qualità da questa parte. Alle forze progressiste semplicemente si chiede di più che a quelle conservatrici. È così per definizione, è così in ogni paese del mondo. Per questo l’unica conclusione che andrebbe tratta da questa penosa vicenda elettorale sarebbe la necessità di un’epurazione radicale di tutta la burokràtia del piddì. E invece ci tocca ancora sentire dichiarazioni che ci annunciano "rinnovati e più forti impegni" e "nuovi progetti per il futuro" da parte degli stessi stronzi che hanno perso e hanno mandato a puttane un’importante stagione riformista. Interpretano una lettera di licenziamento come un incoraggiamento a fare di più! Non ce la fanno proprio a prendere in considerazione l’idea che il futuro non è cosa che li riguardi più, che loro non c’entrano niente con ciò che l’Italia democratica e progressista vuole dalla sua parte politica.
In tutti i paesi del mondo libero e civile la sconfitta significa abbandono della scena politica. Perché in Italia non è così? Perché tutti i meccanismi di selezione delle leadership politiche sono antidemocratici. Perché agli elettori è stato tolto il diritto di scegliersi i propri rappresentanti guardandoli bene in faccia in collegi uninominali e perché la vita interna dei partiti è paralizzata dal conformismo, dall’inerzia e dall’incultura dei mili-tonti e gravemente drogata dalle cordate di potere, sottopotere e minuscoli interessi che tengono in vita le mummie.
La qualità umana dei burocrati del centrosinistra è così bassa che davvero io non vedo vie d’uscita. Il senso di protervia che emana da tutte le pratiche di autotutela ed autoreplicazione messe in atto da questa gente è assolutamente nauseabondo. L’esempio peggiore, in quest'ultima tornata, non è stato secondo me neppure quello dato da veltroni e rutelli, che si saranno scambiati il posto incontrandosi di sfuggita in un corridoio e credendo di disporre delle istituzioni e delle candidature come della loro bottega. La figura più becera l'ha fatta anna finocchiaro. Da leader dei ds di Catania aveva ridotto il partito al 5% e per questo fu premiata con un posto in Senato. Dicevano che appariva bene in tivvù e allora la fecero capogruppo. Poi l’hanno candidata alle elezioni regionali in Sicilia ma solo dopo averle assicurato un superparacadute come capolista al Senato in Umbria. È riuscita nel non facile compito di portare la coalizione di centrosinistra in Sicilia al 30% dopo solo due anni che la stessa coalizione aveva raccolto il 45 ed, in cambio di questo grandioso risultato, invece di un sonoro calcio nel culo, ha ricevuto un nuovo premio: è stata ri-nominata un’altra volta capogruppo al Senato, per gentile concessione del capo-loft. Ma con questo tipo di persone che speranze può mai avere l’Italia democratica di vedersi rappresentata e di guidare il Paese? Non hanno la minima idea di che cosa sia la battaglia politica, non hanno la minima idea di che cosa siano lo spirito di servizio e il senso dell’impegno. Danno per scontate le sconfitte e accettano di candidarsi in elezioni difficili solo se nel frattempo qualcuno gli garantisce un posto alternativo. Non danno nessun valore ai risultati e ai giudizi degli elettori e trovano sempre il modo di perpetuare se stessi. So di essere controcorrente in questo mio giudizio ma anna finocchiaro ha dimostrato, a dispetto di tutta la sua telegenicità, di essere uno dei personaggi più squallidi dell’attuale gruppo dirigente del piddì e ha dimostrato nello stesso tempo che quelli che vengono cooptati dall’establishment e presentati come esponenti del "nuovo" non sono nient’altro che la brutta copia dei loro mentori, malati della stessa pochezza, vecchi ancor prima di nascere.
L’Italia democratica e progressista potrà vedersi vincente in questo Paese solo quando riuscirà a farsi rappresentare da un gruppo dirigente che mostri di aver maturato la propria cultura politica nell’esperienza civile del lavoro e della partecipazione concreta alla vita della nazione e che riesca ad affermarsi in aperta ed inconciliabile rottura e contrapposizione con le macchiette di questa stagione politica.
La nascita di una simile leadership richiede una gestazione collettiva, un impegno condiviso che deve cominciare subito, perché le sfide che il futuro prossimo ci riserva sono pesanti. Bisogna venir fuori dall’apatia e dall’autoreferenzialità e cominciare a rimettersi in gioco seriamente.
Ma questo mi pare di averlo già detto.
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