venerdì 18 aprile 2008

Il primo passo

Il mio amico Massimo, che segue con attenzione questo blog (bontà sua), mi accusa di essere diventato un vecchio brontolone rompipalle a cui non sta mai bene niente. Il mio amico Massimo è un architetto. E un architetto è pure quel Fuxias che ieri sera, nel siparietto di Santoro, interrogando gli altri ospiti, ha dimostrato che non sapevano neppure chi fosse Cicerone e che l’algebra era stata introdotta in Europa nel 1200 e che per questo, ossia per la grave ignoranza del popolo italiano, la sinistra aveva perso le elezioni. In effetti, suo malgrado, il clown inconsapevole Fuxias ieri sera ha davvero dimostrato perché la sinistra (in particolare quella del suo grande amico bertinotti) è stata cancellata definitivamente dalla scena politica. Ecco, uno dei motivi per i quali sbraito da questo blog come un vecchio brontolone è proprio il fatto di vedere il termine sinistra (qualunque cosa esso denoti) associato in tv a questi scaramacai falliti, ai diliberto, ai bertinotti, ai marcotravaglio, ai dariofò e giù giù fino appunto ai vauro e ai Fuxias.
(Lo so che Fuxias si scrive Fuksas, ma scritto a modo mio evoca di più l’idea del cabaret e della paglietta, insomma mi sembra più adatto, come nome d’arte, a un così roboante erede di Ciccio Formaggio…).

Dunque il mio amico Massimo è un architetto e questo, obiettivamente, ogni volta che Fuxias appare in tv, lede un po’ la sua onorabilità. Ma naturalmente il mio amico Massimo è persona seria e intelligente (non foss’altro che perché è amico mio) e quindi la sua accusa di brontoloneria la devo e la voglio prendere sul serio.

È vero: sono stanco, avvilito, nervoso, pieno di rabbia e di malanimo come quei vecchi brontoloni rompipalle che, inascoltati, si lamentano della decadenza dei tempi seduti nel bar e finiscono per suscitare in chi li ascolta soltanto fastidio. Un po’, mi viene da pensare, come il corvaccio nero di Uccellacci e uccellini, pieno di ragioni e di ragionamenti, ma che alla fine viene giustamente arrostito da Totò e Ninetto, che non ne possono più della sua petulanza. Il corvaccio, però, era l’allegoria della saccenteria e dell’astrattezza degli intellettuali marxisti degli anni sessanta, che non comprendevano la natura e i mutamenti del popolo a cui si rivolgevano. A me, invece, non sembra di essere né saccente né astratto. Incazzato sì, ma, direi, davvero molto in sintonia con la realtà degli umori, delle aspettative e delle dinamiche che si agitano nel popolo italiano, esattamente al contrario di quella “sinistra” contro cui mi scaglio (controllando l’ira con sempre maggiore difficoltà, è vero) e che il mio amico Massimo, inconsciamente, un po’ vorrebbe proteggere da queste invettive.
Le mie urla esprimono frustrazioni e, dunque, per definizioni sono inefficaci e inutili. Ma sono anche tutto ciò che mi resta da quando l’ambiente della politica militante è diventato così impraticabile ed umanamente repellente da costringermi alla rinuncia e all’abiura di ogni forma di impegno diretto.

Io sono convinto che sia ormai il tempo di passare dai blog alla presenza organizzata. Che sia il tempo di togliere quel patrimonio di consenso e di attivismo che si chiama sinistra italiana dalle mani degli stronzi che oggi lo amministrano in maniera così becera, vomitevole e infruttifera. Che sia il tempo di andare a seminare nel paese e nei luoghi della politica organizzata la possibilità di una rigenerazione vera e che a questo lavoro di semina dovrebbero sentirsi chiamati proprio i vecchi brontoloni come me, quelli che se li stanno a sentire e quelli come il mio amico Massimo, meno brontolanti forse, ma altrettanto convinti che avanti così non si possa andare.
Si tratta di venir fuori dalla dispersione, dalla disunione e dall’isolamento per mettere in circuito le energie e moltiplicarle. Passare dall’inerzia al movimento è ciò che richiede lo sforzo maggiore ma, una volta mosso il primo passo, gli altri verranno naturali e semplici.
Allora, dove ci incontriamo?

martedì 15 aprile 2008

Loft

Resto ogni volta ammirato dalla saggezza con cui il popolo italiano si esprime il giorno delle elezioni. Certo, sono preoccupato dalla prospettiva di trascorrere altri cinque interminabili anni all’ombra del terzo governo berlusconi, ma non posso fare a meno di salutare i risultati elettorali come un inaspettato e positivo balzo in avanti sulla strada della modernizzazione del sistema politico. Epurato di tutti i comunisti, di tutti i fascisti e della marmaglia trasformista delle listucole clientelari di centro, il prossimo parlamento, diviso in cinque o sei gruppi ampiamente rappresentativi, somiglierà molto di più ad un parlamento europeo di dopo la caduta del muro di Berlino di quanto abbia mai fatto finora.
Non riesco a trattenere la mia personale immensa soddisfazione nel vedere tutti i pecorariscani, i bertinotti, i diliberti, i cossutti sparire dalla scena politica in via (si spera) definitiva e costretti da domani ad andarsi a cercare un lavoro. Ve li ricordate alzare ogni giorno una bandierina ad intralcio dell’azione riformista del governo Prodi solo per ricordare ai media la loro inutile esistenza? Ve lo ricordate il presidente della camera (il più improduttivo della storia della repubblica, tra l’altro, dal punto di vista del procedimento legislativo) orchestrare l’opposizione al protocollo sul welfare siglato in autunno da governo e sindacati? Mentre gli operai di tutta Italia correvano ai seggi della consultazione per approvare con una maggioranza schiacciante le proposte di innovazione, riformatrici e progressiste, contenute in quel testo, il comunista dalla evve moscia si interrogava dal Venezuela sulle prospettive dell’indigenismo (sic!) come nuovo orizzonte politico per il pvoletaviato occidentale! Quella (già piccola) porzione di mondo del lavoro che votava rifondazione credendo di avere in quel partito la rappresentanza delle proprie rivendicazioni sociali, alla fine si è nauseata dell’inconsistenza e del narcisismo parolaio dei gruppuscoli falce e martello ed è corsa a votare per la Lega. D’altronde ho sempre trovato intollerabile questa rivendicazione di un rapporto privilegiato con il mondo operaio da parte del gruppo dirigente di rifondazione, ossia da parte di un insieme di personaggi da operetta provenienti dal psiup e da altre esperienze politiche di analogo spessore che con la tradizione operaista del Pci non hanno mai avuto niente a che fare e che in quello stesso Pci non sarebbero stati all’altezza di fare nemmeno i segretari di sezione. Che cazzo c’entra bertinotti con Berlinguer? Chi diavolo ha mai saputo dell’esistenza di un diliberto e di un marcorizzo tra i ranghi del movimento comunista prima della degenerazione del personale politico di questi ultimi anni? Un gruppetto di mediocri verbosi inconsistenti mocciosi di cinquanta e sessant’anni, che per qualche anno ha tirato a campare beneficiando del credito che in una certa parte dell’elettorato ancora godeva la simbologia della falce e del martello e del voto di qualche migliaio di frikkettoni, è stato finalmente spedito lì dove ha sempre meritato di stare, nella discarica delle cose inutili e imbarazzanti, insieme ai vecchi scarponi sfondati, alle patetiche macchiette del circo barnum e ai pappagalli impagliati che andavano di moda nel 1903.

Un analogo brivido di piacere lo provo, naturalmente, vedendo i socialisti cancellati finalmente dalla storia politica del paese. Dopo la catastrofe di tangentopoli hanno passato gli ultimi quindici anni a sputare veleno sulla sinistra ex-Pci, addossando ad essa la responsabilità della loro consunzione, invece che a quel mariuolo fuggito in Tunisia che aveva trasformato la più antica forza riformista del paese in un’associazione a delinquere. Hanno distrutto l’interessante esperienza della Rosa nel Pugno per ridare vita al solito club di reduci e nostalgici della Milano da bere. E allora bye-bye compagni socialisti, vi rivedremo ad Hammamet l’anno prossimo per la consueta commemorazione del grande estinto. Intanto l’Italia vi ha detto cosa pensa di voi e che ruolo ha previsto per il vostro partito nel futuro della politica.

L’aritmetica dei flussi elettorali è spietata e non lascia adito ad equivoci.
Berlusconi ha stravinto perché è riuscito a conquistare maggioranze solide in entrambe le camere, dimostrando che il consenso popolare può ben neutralizzare tutte le bizantinerie della attuale pessima legge elettorale.
Berlusconi ha stravinto perché, nonostante le pessime prove di governo abbondantemente fornite, ha dimostrato che l’elettorato italiano vive di umori e di tensioni viscerali e pre-razionali e dunque è sensibile alla comunicazione ed all’evocazione piuttosto che alla fredda valutazione dei risultati dell’amministrazione.
Berlusconi ha dimostrato di conoscere il popolo italiano come nessun altro dei leader politici attuali. Ha dimostrato di capire e di sapere ciò che gli infimi ed autoreferenziali analisti della “grande” stampa invece non capiscono e non sanno. Ha dimostrato che gli unici sondaggi elettorali attendibili sono i suoi. Che le uniche strategie comunicative efficaci sono le sue. Che gli unici “specialisti” del marketing elettorali all’altezza dei propri stipendi sono i suoi. Lo aveva già dimostrato nel 1994, nel 2001 e nel 2006 e ha dato ieri l’ennesima conferma. E su questa lunga serie di lezioni di efficienza il centrosinistra italiano dovrebbe cominciare a riflettere con umiltà, invece di trincerarsi nella sua tradizionale presunzione.

L’aritmetica dei flussi elettorali è spietata e ci dice senza ombra di dubbio che tutte le previsioni su cui Veltroni aveva scommesso erano sbagliate. I numeri ci dicono che molte centinaia di migliaia di elettori che avevano votato per il centrosinistra di Romano Prodi questa volta hanno barrato il simbolo del Pdl. Ci dicono che il piddì ha preso i voti del vecchio ulivo (quelli che mantiene da oramai da dodici anni) più un 2% sottratto alle liste alla sua sinistra. Dicono che il piddì non ha invece preso dal centro moderato e cattolico neppure un voto in più a quelli che già aveva. Dicono che la scelta di presentarsi da soli ha dato impulso ad un serio rinnovamento del quadro politico ma che la candidatura di Veltroni è riuscita ad essere almeno un po’ competitiva solo perché ha aggiunto ai voti del piddì anche i voti qualunquisti e giustizialisti di dipietro e che, quindi, a conti fatti, se si fosse aggiunta ai due simboli anche una terza lista, come i radicali chiedevano, la cosa avrebbe solo premiato dal punto di vista elettorale.
I numeri dicono che per proporsi come novità e forza di cambiamento non basta fare le nomination di personaggi attraenti (ma poi attraenti per chi?), non basta ripetere 120 volte lo stesso comizio nella stessa scenografia, non basta scimmiottare gli slogan e i cartelli delle primarie americane, non basta cooptare in lista un po’ di ragazzini senza spessore e senza autonomia, non basta ripetere il mantra del “principale esponente dello schieramento a noi avverso”, non basta il broncio buonista e moralista con cui ci si propone come seri ed affidabili essendo invece solo grigi e mediocri.
Ripeto quello che ho scritto più volte in questo blog: Veltroni non ha né l’intelligenza né la cultura per rappresentare l’innovazione che l’Italia cerca. Contenuti modestissimi, idee povere e banali espresse in codici comunicativi che non hanno la freschezza e l’autenticità dei modelli che copiano.
Se resterà alla guida del piddì per tutta la prossima legislatura, Veltroni si ricandiderà alla guida del Paese all’età di sessant’anni e non potrà più giocare nemmeno la carta del ringiovanimento. Ci pensino bene i piddini.

Le cazzatelle proposte lungo tutta questa brutta e imbarazzante campagna elettorale non hanno scaldato il cuore dell’elettorato e le piazze piene di bandierine sventolanti hanno solo falsato la percezione delle dinamiche reali che si andavano agitando nel Paese.
L’errore più grave commesso da Veltroni è stata la sottovalutazione della quantità di merda che dal malgoverno offerto dal centrosinistra meridionale si sarebbe riversata sul centrosinistra nazionale. Se invece di puntare a conservare il bacino elettorale clientelare costruito dal sistema di potere bassoliniano, Veltroni avesse reagito sei mesi fa allo scandalo della mondezza, forte dell’autorevolezza che gli veniva dalle primarie, commissariando il partito democratico in Campania ed imponendo (non auspicando ma imponendo) le dimissioni del vicerè, il risultato elettorale sarebbe stato molto migliore. Se invece di polemizzare (peraltro con puerile banalità) con l’appello al voto mafioso lanciato da Dell’Utri, avesse pensato a far piazza pulita di tutti i quadri locali del piddì meridionale in quei comuni (tanti, troppi) amministrati dal centrosinistra e sciolti per infiltrazioni camorristiche, avrebbe guadagnato una credibilità assai più produttiva. E invece ci è toccato sentire berlusconi l’ultimo giorno di campagna elettorale insorgere e chiedere con quale autorevolezza veniva a parlargli di mafia un centrosinistra che ha metà dei consiglieri regionali di Campania e Calabria inquisiti e che ha lucrato con le cosche locali in così tante realtà del sud.

Il secondo grande errore commesso da Veltroni è stato quello di investire su una forma partito del tutto fuori dalla realtà. Già da segretario dei DS era riuscito a smantellare l’ossatura del partito di massa riducendo i consensi elettorali dell’ex-Pci al minimo storico. Il venti e passa per cento della Lega al nord dimostra invece che solo un partito organizzato capillarmente sul territorio, capace di presenza, di iniziativa e di movimentazione “fisica” e continua può competere con le faraoniche e geniali costruzioni mediatiche di berlusconi. Perciò affanculo i blog, gli avatar, le email e il loft! Solo le sezioni e le campagne casa per casa strappano voti all’avversario. Ma chi ha fatto campagna elettorale in questi mesi? Chi ha visto qualche attivista del piddì andare in giro a chiedere voti? Non c’erano le preferenze perciò non c’erano le cordate e i riferimenti di vassallaggio. I garantiti se ne sono stati a casa e così pure quelli che sapevano che non ce l’avrebbero mai fatta. Questo è stato il geniale risultato della decisione (caldeggiata all’epoca da violante e da fassino ben più che da berlusconi, ricordiamocelo!) di abolire le preferenze. Ignoranti e presuntuosi, adesso piangano se stessi.

L’ultimo clamoroso errore commesso da Veltroni - che ha assunto su di sé, in una personalizzazione del centrosinistra mai vista prima, tutto l’onore di questa campagna elettorale e che quindi è giusto che si assuma anche tutta la colpa del risultato – è stato nei confronti del governo Prodi. L’aver rimosso dalla campagna elettorale i risultati e l’immagine di Prodi è stato non solo un miserabile atto di ingratitudine ma anche un clamoroso autogol. Ci si è vergognati della migliore esperienza riformista di questo Paese, confondendola con le patetiche prove della sua maggioranza parlamentare, e si è indotto così nell’elettorato un effetto da excusatio non petita. Ma anche su questo, il punto è che la comunicazione è una scienza e non un mestiere empirico, per questo berlusconi si affida agli scienziati. Nel piddì invece ogni modesto diplomato autodidatta che ha vissuto sempre e solo sulle spalle del partito (il tipo umano di cui fassino è un bell’esempio, tanto per capirci) ritiene di avere un’opinione da far valere e briga per metterla in mostra. E l’esito scontato è una campagna comunicativa arruffona, improvvisata, inconcludente e inefficace.
Checché se ne dica, Prodi è l’unico leader che due volte ha sfidato berlusconi e due volte è riuscito a batterlo. È l’unico leader che berlusconi ha veramente temuto e che ha avversato con una ferocia ed una pervicacia mai viste. E questo semplice dato di fatto avrebbe dovuto indurre altri ragionamenti in chi ha diretto al campagna elettorale del piddì. Ma non c’è mai stato né mai ci sarà spazio per i ragionamenti e le analisi razionali dove si vive solo di ambizioni e di autoesaltazioni.

Che resta da dire? Dovremo rimetterci l’elmetto? Questo terzo governo berlusconi darà il colpo di grazia a un’Italia già così in ginocchio? Spero di no. Spero che la stanchezza senile e l’aspirazione al Quirinale inducano berlusconi ad uno stile di governo moderato e conciliante, che invece di prodursi in un peronismo scatenato cerchi di coinvolgere tutte le risorse del Paese per far fronte, in un modo o nell’altro, alla crisi attuale.
Lo spero.

Lo spero.

giovedì 3 aprile 2008

Per un Tibet libero in una Cina libera in un libero mondo.




Fa piacere pensare che le Olimpiadi portino male ai regimi. Ho la sensazione che una buona parte del clan di comando della Cina capital-comunista stia maledicendo il momento in cui gli è saltato in mente di candidarsi all’ospitalità dei giochi olimpici. Ho la gradevole sensazione che i mandarini convinti di poter ridurre i giochi a una puerile attrazione turistica e di poter utilizzare come nuovo “oppio per i popoli” le opere faraoniche testé realizzate per abbagliare l’opinione pubblica e far dimenticare l’intollerabilità della dittatura più oppressiva e disumana del mondo contemporaneo comincino a pensare di aver fatto molto male i propri conti.
Con buona pace di tutti i nemici della globalizzazione, è solo la globalizzazione che ha consentito di trasformare questi mesi di cerimonie e tamtam olimpico-mediatico in una imprevista campagna per l’affermazione dei diritti umani in Cina e in tutto il mondo.
Nell’epoca del commercio globale - che veicola insieme alle merci anche linguaggi, culture, idee, esperienze, punti di vista e valori – e dell’informazione via Internet – che rende impraticabile ed inefficace qualsiasi forma di censura – era inevitabile che i semini di dissenso sepolti da metri di silenzio e di rimozione sbocciassero all’improvviso irruenti ed incontenibili come ogni primavera.
E così, nel giro di poche settimane, la dimostrazione che un piccolo gruppo di tibetani aveva organizzato (come, tra l’altro, ha fatto ogni anno) per ricordare a se stessi più che al mondo il proprio stato di prigionieri e di oppressi ha innescato una catena di eventi i cui risultati sono finora i seguenti:
il tema delle prossime Olimpiadi saranno i diritti umani, quelli dei tibetani, dei cinesi e degli oppressi di ogni parte del mondo, ed i manager di regime non ci potranno fare un bel niente;
la cerimonia di accensione della fiamma olimpica è diventata l’occasione di sventolare in diretta mondiale l’emblema dei cinque cerchi dello sport trasformati in cinque anelli di manette, ed i 42 secondi di differita che i registi cinesi si sono presi per cancellare le immagini nel loro paese non hanno impedito che la notizia dello schiaffo abbia fatto il giro del pianeta, giungendo (ne sono convinto) fino ai più remoti villaggi del “regno di mezzo”;
l’atleta indiano designato per portare la torcia nel suo paese ha rifiutato clamorosamente il compito, come atto di resistenza nonviolenta e di solidarietà verso i fratelli tibetani;
gli impresari di regime sono stati costretti ad annullare il concerto di Celine Dion previsto per l’apertura dei giochi, terrorizzati dall’idea che la cantante potesse approfittare dell’occasione per lanciare qualche slogan fuori programma;
Francia, Inghilterra e l’Unione Europea nel suo insieme (non proprio le ultime entità statuali del pianeta, quindi) stanno valutando seriamente l’ipotesi di non presenziare alla cerimonia di apertura dei giochi, cioè all’evento mediaticamente più importante dell’intero calendario olimpico;
sono da considerarsi oramai estremamente probabili atti dimostrativi più o meno eclatanti da parte delle delegazioni in gara.

Il Dalai Lama ha chiesto di non boicottare i giochi. Ha ragione. I giochi non vanno boicottati, vanno utilizzati come una straordinaria occasione di propaganda. Bisogna andare in Cina, essere fisicamente sotto le telecamere dei media di tutto il mondo e parlare, gridare, mostrare slogan, essere uno spillo nel fianco del regime, trasformare i giorni delle gare in un tormento per gli addetti alla censura, far sì che ogni turista diventi testimone di un mondo libero che chiede libertà, un vero e proprio agente di contagio per ogni singolo cinese con cui verrà in contatto.
I regimi vivono di proibizioni, di repressioni ma soprattutto di rimozioni. Nessuna dittatura è mai sopravvissuta alla rivolta delle masse e le masse si tengono buone solo se si garantisce loro di mettere qualcosa nella pancia tutti i giorni e se si costruisce intorno a loro un cuscinetto di silenzio, di disinformazione e di condizionamento ideologico che le preservi dal contatto con l’idea e l’esperienza della libertà. Perciò le dittature temono più di ogni altra cosa la contaminazione tra i popoli. Ma i mandarini del regime saranno costretti ad imparare che, una volta aperte le porte dei flussi commerciali, entrano nel paese come un torrente in piena anche idee, aspirazioni e valori. Dovranno imparare che ogni singola merce scambiata porta con sé l’eco del mondo che l’ha prodotta e che, una volta trasformati i cinesi in consumatori abituati a scegliere nella varietà del mercato, sarà impossibile trattenerli dal voler scegliere anche in tutte le altre faccende della loro vita privata e sociale.

Ma perché occuparsi di ciò che accade in Tibet è importante per noi?
Non solo perché in questo momento è l’unico antidoto che abbiamo contro la tossicità di una campagna elettorale che sta mettendo a nudo senza vergogna tutta la mediocrità, la fiacchezza spirituale e la povertà umana dell’Italia, devastata da quindici anni di seconda repubblica.
Non solo perché ci aiuta a tenere aperta la porta della mente che si affaccia sui grandi temi e che ogni volta siamo abituati a richiudere non appena i media ritengono che la faccenda non faccia più abbastanza audience.
Ci siamo occupati per qualche giorno di Birmania e poi l’abbiamo rispedita nello sgabuzzino della nostra ignoranza. Per qualche ora abbiamo saputo dove si trovava il Kenya e che diavolo stava succedendo laggiù, e poi siamo tornati ad occuparci di berlusconi. Così, negli anni, di tanto in tanto, ci è stato ricordato dell’esistenza di posti terribili come lo Zimbabwe, la Somalia, l’Angola, il Ruanda, ci è stato raccontato di quello che la razza umana è stata capace di fare in Bosnia o in Kosovo e di quello che continua a fare in Cina. Ma poi, ogni volta, i fari della tv si sono spenti e con loro anche il nostro interesse, tutti assorbiti come siamo da quanto guadagnano i parlamentari, da vallettopoli e da che cosa hanno dichiarato oggi calderoli e fassino.

Occuparci del Tibet non è solo un modo di essere solidali con l’ennesimo popolo sottoposto a sistematica cancellazione dall’ennesimo regime. Non è solo un modo di conoscere un po’ ciò che accade nello stato più popoloso, economicamente più dinamico e politicamente più inquietante del pianeta. Serve soprattutto a preservarci un po’ dall’imbarbarimento. A ricordarci che siamo uomini solo in quanto siamo capaci di sentire come destino comune il destino degli altri uomini, di emozionarci insieme a loro, di soffrire insieme a loro, ovunque si trovino. Serve a disintossicarci dai veleni di una decadenza civile e morale inarrestabile, che ha trasformato la vita pubblica del paese in un’arena patetica fatta di liste contro l’aborto e di vaffanculo-day.
I monaci che si lasciano picchiare e uccidere per difendere il diritto dei popoli a vivere in pace e in libertà stanno lottando per me almeno quanto stanno lottando per i tibetani, per i birmani, per i cinesi. Ed è anche a me che si rivolge l’atleta che sente di dover dimostrare a tutto il mondo con un gesto nonviolento ma netto e forte il suo dolore per quelli che considera fratelli.
Questo è il grande miracolo della globalizzazione, dell’interconnessione totale che sempre più unisce il genere umano e sta aprendo nuove strade alla sua evoluzione.
E allora occupiamoci del Tibet. Occupiamoci della Cina. E dell’Africa e dell’America e della Russia e di tutti gli inferni di disumanizzazione ed oppressione che feriscono l’umanità. Ma facciamolo soprattutto per noi stessi, per un nostro bisogno, per la nostra liberazione, per dare equilibrio, ricchezza e igiene al trascorrere della nostra vita quotidiana e risalire la corrente che ci sta trascinando fuori dalla dignità e dalla storia.