Quando ero un bambino parlavo da bambino e come un bambino pensavo e ragionavo. Ora che sono un uomo ho smesso di agire così.
Mi è sempre piaciuto questo passo della prima lettera di Paolo ai Corinzi, mi è sempre piaciuta questa lezione sul valore dell’emancipazione e della maturazione, che è conquista della chiarezza, della speranza e della capacità di provare comprensione e carità per l’altro.
Quando eravamo bambini pensavamo che i nostri genitori si occupassero di tutto. E molte volte in effetti lo facevano. Da adulti, ci piace pensare che ci siano degli individui molto saggi (magari più anziani di noi) che si occupano delle nostre esigenze e provvedono a che tutte le cose funzionino per il meglio. Diamo nomi diversi a queste figure del nostro immaginario: il governo, gli scienziati, la polizia, l’ONU, Greenpeace, Berlusconi,… ma si tratta sempre e solo di surrogati delle calde e rassicuranti figure di mamma e papà che si prendevano cura di noi e nei quali potevamo riporre una fiducia cieca che ci esonerava dalla fatica e dall’ansia.
Crescere e invecchiare non sono la stessa cosa. Il tempo che passa non passa allo stesso modo per tutti gli uomini e la gran parte di essi non supera mai del tutto lo stato di minorità della propria infanzia, rifiutando di assumere l’enorme onere dell’indipendenza. Può far piacere pensare che le persone che lavorano nelle agenzie preposte alla nostra salute o alla tutela dell’ambiente o quelle che ricoprono incarichi di governo o quelle che svolgono ricerche scientifiche in istituti dai nomi prestigiosi abbiano un atteggiamento altruistico nei nostri confronti. Ma la verità è che loro, a differenza dei nostri genitori, non condividono il nostro destino biologico ed hanno come prioritario imperativo solo ed esclusivamente le loro personali esigenze. La verità è che riusciamo ad ottenere l’attenzione e l’impegno degli altri esseri umani soltanto quando le loro esigenze si sovrappongono alle nostre.
Di tanto in tanto capita. Capita, ad esempio, che i giocatori della stessa squadra mettano da parte l’individualismo e lavorino per l’obiettivo comune. Oppure che durante un terremoto le persone diventino solidali e collaborino tra loro per la salvezza comune. Ma in condizioni di “pace”, ossia di stress non eccezionale, le fortissime pressioni biologiche verso il successo individuale assai raramente combaciano con le necessità della sopravvivenza del gruppo. E quindi non ci resta che far conto su noi stessi. Sempre.
Non è una novità dell’epoca moderna.
Il valore di questo non fare affidamento sulla disponibilità di ciò che per definizione ci è indisponibile, ossia la volontà e le capacità altrui, io lo chiamo indipendenza, mutuando la parola proprio da quel concetto di indipendenza che ispirò l’azione dei patrioti delle rivoluzioni e dei risorgimenti successivi all’Illuminismo.
La Costituzione degli Stati Uniti è interamente costruita sull’idea dell’indipendenza. Disegna un’ articolazione istituzionale particolarmente complessa al solo scopo di far sì che ogni potere pubblico sia costantemente controllato ed ogni sua azione attentamente vagliata. I patrioti della Rivoluzione Americana non amavano il concetto di stato, non si fidavano dello stato, poiché avevano alle proprie spalle un mondo in cui lo stato era prevalentemente origine e veicolo di violenza, sopraffazione, atrocità e oppressione. Perciò, non fecero in tempo neppure ad approvarla, la Costituzione, che sentirono il bisogno di emendarla con una norma che legittimava il possesso delle armi per tutti i cittadini. Si tratta di una norma oggi molto controversa, che molti spiegano solo con le esigenze della guerra contro gli inglesi e considerano origine di gravi problemi sociali. Ma in realtà quell’emendamento serviva a negare allo stato il monopolio della violenza, garantendo al popolo il diritto ad un’estrema difesa contro le sempre possibili deviazioni autocratiche del potere pubblico.
Anche i patrioti del nostro Risorgimento compresero bene il valore storico ed esistenziale dell’indipendenza. Capirono la cosa più semplice che a questo mondo un uomo dovrebbe capire e cioè che i miei interessi sono soltanto miei e sono lasciati alle mie cure e a quelle di nessun altro. Capirono che questa basilare regola morale andava applicata anche a quei particolari organismi individuali che sono le nazioni e che, pertanto, la nazione italiana, il popolo italiano non avrebbe mai avuto la possibilità di prendersi cura di se stesso, dei propri interessi, del proprio sviluppo fino a che sarebbe rimasto in condizioni di sottomissione e dipendenza rispetto ad altri stati.
L’indipendenza politica è un valore abbastanza assodato, anche se oggi scarsamente compreso nel suo sviluppo storico, scarsamente frequentato dalla retorica politica e soprattutto scarsamente coniugato nei propri significati più pregnanti e attuali. Di tanto in tanto nel dibattito pubblico si sottolinea l’importanza per un paese strutturalmente fragile come l’Italia di irrobustire la propria indipendenza energetica, per ridurre il margine di ricatto che sulle nostre scelte politiche possiedono stati esteri (come la Russia, l’Algeria, la Libia, il Kazakistan) retti da gruppi di potere che somigliano più a clan mafiosi che a governi istituzionali. Ma, nell’insieme, il riferimento all’indipendenza è aneddotico e superficiale e, soprattutto, relativo a dinamiche inter-statuali. Mentre un altro tipo di indipendenza dovrebbe preoccuparci: quella dell’individuo, della vita individuale e della mente individuale dai condizionamenti messi in atto con strategica lucidità ed imponente spiegamento di risorse da ciò che – con una formula, se si vuole, banale, abusata, generica e quindi potenzialmente qualunquista – definisco in prima approssimazione il sistema.
Non credo e non ho mai creduto all’esistenza dei signori del mondo, di un’articolazione organizzata ed autocosciente di centri di potere che coordinano i propri sforzi per tenere sotto controllo le moltitudini. Il mito del “re del mondo” e dei governi occulti è solo una versione intellettualmente adulta di miti infantili come il mammone o il babau. Credo però che negli ultimi diciannove anni, cioè dai giorni della dissoluzione dei regimi comunisti dell’est europeo, si sia determinata una progressiva convergenza e sovrapposizione tra gli interessi di numerosi gruppi e piani di potere che ha dato luogo alla massiccia campagna di terrore che rappresenta il segno della vita sociale di massa nell’attuale civiltà globalizzata. Individuo genericamente questi gruppi di potere in tutti quegli aggregati di interessi, più o meno organizzati e consapevoli, che hanno nella paura, nel mito del nemico, nell’arruolamento fideistico delle masse, nell’alimentazione artificiale di uno stato di tensione emotiva diffusa, la principale risorsa per la propria perpetuazione e per il proprio accrescimento. Sempre in prima approssimazione e senza pretendere di fare un elenco esaustivo, annovero tra questi gruppi: l’establishment politico conservatore americano, l’establishment politico progressista europeo, le compagnie petrolifere, le multinazionali farmaceutiche, i network televisivi, l’industria cinematografica, le mafie, la rete internazionale del mondo della ricerca scientifica pubblica e privata. Tutti questi centri di snodo e articolazione del potere pubblico condividono oggi l’interesse a mantenere e ad accrescere lo stato di paura in cui versa l’opinione pubblica della civiltà globalizzata. Il sistema di relazioni e sovrapposizioni che connette tra loro questi centri è estremamente complesso e conto di soffermarmici un po’ nei prossimi post di questo mio diario pubblico. Per adesso vorrei solo focalizzare l’attenzione sui modi perversi in cui la filiera della comunicazione di massa che origina dal mondo della scienza organizzata e termina nei network informativi comprime l’indipendenza degli individui. E vorrei farlo in un modo coscientemente non rigoroso, rapsodico e privo di sistematicità.
Che la scienza proceda per tentativi ed errori è un fatto noto. Che la scienza proceda anche per falsificazioni, imbrogli, forzature e chiusure dogmatiche è un fatto meno noto ma altrettanto importante. Che la scienza sia oggi un’enorme industria con milioni di occupati e migliaia di miliardi di dollari di finanziamenti e che quindi questi occupati siano potentemente condizionati nell’orientamento, nella determinazione e nella comunicazione dei propri risultati, dalla necessità di perpetuare la propria condizione e i propri interessi individuali, è un fatto su cui la scienza stessa preferisce non riflettere e di cui l’opinione pubblica non si cura. E ciò sebbene le risoluzioni dell’industria scientifica condizionino oggi in modo enorme l’allocazione delle risorse globali, le dinamiche dei mercati globali e quindi il destino e il benessere delle masse.
Di famose ed innocue bufale scientifiche oramai sono pieni i siti internet. È un altro modo per depotenziare la riflessione su come l’industria scientifica sottragga indipendenza e libertà di scelta nell’autodeterminazione della sorte dei popoli.
Leggendo qua e là potrete scoprire che gli spinaci non contengono affatto più ferro della lattuga o di altre pianticelle simili e che la leggenda alla base del personaggio di Bracciodiferro nacque da un errore di trascrizione nei dati di una ricerca scientifica: fu aggiunto uno zero per sbaglio e la quantità di ferro rilevata negli spinaci si moltiplicò per dieci, per la gioia di tutti i produttori del simpatico ortaggio.
Potrete scoprire anche che Schiapparelli non vide alcun canale su Marte, che “l’uomo di Piltdown” – celebre anello mancante nella catena evolutiva che porta dalla scimma all’uomo – fu costruito con pezzi di ossa appartenenti per l’appunto a una scimmia e a un uomo, oppure che la notizia di un innesto di geni di pesce in certe fragole per renderle resistenti al gelo fu inventata di sana pianta da un idiota. Se osate andare un po’ più in là, potete scoprire anche che la genetica è nata dalle intuizioni di un prete (Mendel), il quale per dimostrare ciò di cui era incrollabilmente convinto falsificò senza ritegno i dati dei suoi esperimenti; oppure che il metodo scientifico è stato compiutamente elaborato da un tale (Newton) che mostrò sin dall’infanzia pericolose tendenze psicotiche e antisociali, a dieci anni provò a dare fuoco alla casa dei suoi genitori e dedicò solo il dieci per cento del proprio tempo e delle proprie opere a cose come la gravitazione dei corpi e l’ottica, impegnando il restante novanta per cento nella ricerca della pietra filosofale e negli incantesimi per l’evocazione dei demoni.
Il problema non sono naturalmente le piccole o grandi bufale. Il problema è che la scienza non è altro che una rappresentazione della realtà, un modo come un altro di organizzare le informazione che riceviamo da tutto ciò che eccita i nostri sensi e la nostra attività mentale. La differenza tra la scienza e gli altri modi di rappresentare la realtà consiste nel fatto che le affermazioni scientifiche sono considerate tali solo se rispondono a determinati requisiti, tra i quali quello di poter essere verificate da chiunque in maniera sperimentale, di essere fondate su deduzioni logiche formalmente ineccepibili e di essere sempre falsificabili ossia tali, per loro stessa natura, da poter essere dimostrate false da un esperimento che le contraddica. Il sistema delle affermazioni scientifiche, più o meno organicamente coordinato a seconda degli ambiti di indagine, è concepito sempre come una rappresentazione approssimata di ciò che è il reale e, dunque, è intrinsecamente sottoposto a tensioni che portano a correggerlo, rivederlo, modificarlo in maniera incessante. Il movimento, il movimento di un’attività di esplorazione e di revisione critica dei risultati di questa stessa esplorazione, che non conosce limiti e cessazioni, è la vera natura della scienza, come ogni scienziato dovrebbe sapere. La verità (qualuque cosa si possa mai intendere con questa parola) non è per definizione il problema della scienza. Perciò il condizionamento della scienza sulle scelte politiche, economiche, comportamentali della massa dovrebbe sempre avvenire nell’ambito entro cui le affermazioni scientifiche possono per loro stessa natura rivendicare validità. Assumere una qualsiasi affermazione scientifica a guida delle proprie scelte dovrebbe richiedere sempre un atto di rigorosa indipendenza nella valutazione del suo livello di approssimazione.
Ciò che ha caratterizzato l’evoluzione della scienza negli ultimi decenni è stata invece la creazione e il consolidamento di un sistema di feedback tra il mondo della ricerca, gli interessi economici di alcuni grandi settori industriali e l’opinione pubblica, che ha orientato sempre più il sapere scientifico (soprattutto nella sua forma vulgata e di massa) verso una sconcertante cultura del terrore e della dipendenza.
Siamo stati negli anni così convinti di essere sotto l’assedio di orribili minacce (epidemie, sconvolgimenti climatici, inquinamento ambientale, catastrofi imprevedibili, ecc…) da sentirci inconsciamente e compulsivamente spinti a consegnare pressochè tutte le nostre scelte agli specialisti, a queste nuove figure genitoriali di un’umanità sempre meno indipendente. Siamo stati persuasi che la dimensione dei nostri problemi è assolutamente enorme, inaudita, che siamo di fronte a sfide mai viste, che ad ogni passo sia in gioco sempre il tutto per tutto e che quindi, noi poveri uomini medi non abbiamo né potremmo mai avere i mezzi anche solo per comprendere ciò che ci minaccia e dunque dobbiamo per il nostro bene affidarci alle risoluzioni di chi invece comprende e ha i mezzi per risolvere le questioni.
Perché se il problema è quello di far crescere un po’ di ortaggi anche in inverno, qualunque contadino con un po’ di cervello può escogitare una soluzione; ma se il problema è quello di far fronte ad una glaciazione improvvisa o a incontrollabili calamità naturali, allora solo gli scienziati e i loro esecutori, cioè i politici (che di scienza normalmente non capiscono niente ma amano mostrare il contrario), possono salvarci.
Perché se il problema è curarsi dalla bronchite o dalle setticemie da parto, allora la ricerca empirica e a basso costo sulle muffe delle arance condotta negli anni ’30 basta e avanza a darci la soluzione (penicillina); ma se invece il problema è l’AIDS, o meglio un’epidemia di AIDS, incontenibile, devastante, che ci minaccia fin nei più intimi recessi della nostra intimità, allora le misure ordinarie non bastano più, noi non bastiamo più a noi stessi e l’apparato industriale della ricerca diventa indispensabile e bisogna destinare miliardi di dollari a fondazioni e istituti di ricerca perché ci salvino da questo flagello.
Ma il punto è che la quasi totalità delle teorie “scientifiche” che oggi condizionano pesantemente l’allocazione delle risorse economiche, il direzionamento dei finanziamenti, i consumi di massa, le scelte di politica industriale, l’occupazione e gli equilibri geopolitici mancano dei crismi più basilari della scientificità e vengono imposte ad un’opinione pubblica terrorizzata e dipendente come verità (ossia come ciò che di più antiscientifico si possa immaginare) sotto la minaccia di una condanna di immoralità e sconsideratezza.
Perché se dici che i soldi destinati alla ricerca sull’AIDS sono soldi destinati solo a sostenere un apparato inutile e a consolidare la fede in una teoria insensata, sei un pazzo nemico dell’umanità. Perché lo sanno tutti che l’AIDS è causato dal virus HIV e che quindi bisogna trovare una cura per distruggere quel virus. Lo sanno tutti, anche se:
> non esiste al mondo, dopo quasi trent’anni di ricerca in questo settore, un solo fetentissimo articolo scientifico che porti una sola fetentissima prova sperimentale a sostegno dell’idea che il virus HIV causi l’AIDS;
> né Montagnier, né Gallo né nessuno degli altri guru dell’industria AIDS ha mai pubblicato un solo articolo su una rivista scientifica in cui si dimostra la tesi che sposta miliardi di dollari ogni anno;
> tutto ciò che si sostiene scientificamente è che in alcuni pazienti affetti da AIDS sono stati trvate tracce di una precedente infezione da parte di un agente patogeno che probabilmente era HIV;
> la presenza di anticorpi contro determinati virus è però clinicamente interpretata come segno di malattie precedenti e non di malattie in corso, e dimostra quiandi piuttosto che il virus è stato sconfitto dall’organismo;
> sono stati trovati gli stessi anticorpi dell’HIV in individui assolutamente sani.
Per che cosa stanno combattendo allora i ricercatori dell’Istituto Pasteur e quelli dell’NIH? Per trovare la cura di una malattia o per difendere i loro conti in banca? Quello che è sicuro è che l’OMS considera AIDS più di 30 malattie se queste risultano connesse a un risultato positivo al test dell’HIV. Ma queste stesse malattie non vengono definite AIDS se non si individuano gli anticorpi! Ossia: se un uomo positivo al test HIV sviluppa un tumore questo viene definito AIDS, mentre se non è positivo allora ha un tumore e basta; se un bambino hiv-positivo prende la tubercolosi, si dice che ha l’AIDS, mentre se è negativo al test, si dice che ha la tubercolosi e basta. Capite, quindi, cos’è l’AIDS? Se vivete in Kenya o in Zaire, dove fare il test per l’HIV è troppo costoso, e vi trovano una delle 30 malattie annoverate tra i sintomi dell’AIDS, i medici presumeranno che voi abbiate gli anticorpi e quindi l’AIDS. In questo modo potrete essere curati gratuitamente in una clinica dell’OMS (che magari è l’unico presidio ospedaliero dalle vostre parti). Con questo meccanismo si arriva a sostenere che i malati di AIDS in Africa e nel mondo sono diverse decine di milioni e che la malattia è in continua diffusione: da un lato si consente a paesi poverissimi di accedere a cure mediche gratuite messe a disposizione dai governi degli epuloni occidentali, terrorizzati dall’epidemia, e dall’altro si giustificano i pazzeschi investimenti in una ricerca medica priva di senso. Questo è ciò che intendo quando parlo di convergenza di interessi a scapito dell’indipendenza del pensiero.
Io non sono un esperto di microbiologia. La questione, però, non è la microbiologia, ma la scientificità delle asserzioni scientifiche sulla base delle quali si sposta la ricchezza nel mondo.
A partire dall’inizio degli anni ’80 gli scienziati cominciarono a parlarci del buco dell’ozono, ossia della rilevazione di un certo assottigliamento della fascia di ozono nell’atmosfera su alcune regioni dell’emisfero australe. Poi cominciarono a sostenere che questo assottigliamento avrebbe causato spaventosi danni all’ambiente e una diffusione epidemica dei cancri alla pelle. Poi dissero che la causa del problema erano le immissioni di cloro-fluoro-carburi nell’atmosfera. Poi convinsero i governi e l’opinione pubblica che bisognava assolutamente fermare la produzione di CFC e sostituire queste sostanze con altre sostanze meno dannose. E tutti noi allora smettemmo di comprare bombolette spray e cominciammo a sentirci in colpa ogni volta che mettevamo in funzione il condizionatore.
Stiamo parlando di un’operazione che ha movimentato miliardi e miliardi di dollari, che ha determinato il fallimento di alcune imprese e l’arricchimento di altre, che ha cambiato gli stili di consumo di milioni di persone e ha contributo non poco alla diffusione dello stato di panico mondiale in cui viviamo (perché se convinci la gente che i loro bambini non possono stare molto sotto il sole sennò rischiano di beccarsi malattie innominabili e incurabili, qualche effetto sociologico lo produci…).
Tutto questo senza che nessuno si preoccupasse di approfondire gli aspetti scientifici della faccenda e di scoprire, ad esempio, che:
> il rilevamento dei dati circa la stessa esistenza dell’assottigliamento della fascia di ozono è stato sempre molto problematico e oggetto di controversie;
> si consideravano prove di questo assottigliamento i dati circa l’aumento delle malattie tumorali della pelle, commettendo il più classico e banale degli errori logici, quello cosiddetto dell’ “affermazione del conseguente” [mi spiego, il ragionamento era più o meno questo: la diminuzione dell’ozono aumenta le radiazioni UV che arrivano al suolo; l’aumento delle radiazioni UV provoca l’aumento del cancro alla pelle; rileviamo un aumento del cancro alla pelle, quindi… c’è il buco dell’ozono! L’errore consiste nel fatto che se A implica B, da ciò non discende affatto il contrario e l’aumento dei cancri alla pelle può benissimo dipendere dalla moda della tintarella che cinquant’anni fa non era un fenomeno di massa o da cento altre ragioni];
> nonostante la stragrande maggioranza delle emissioni di CFC avvenisse nell’emisfero boreale, il buco era stato rilevato nell’emisfero australe, sebbene le rimescolazioni tra l’atmosfera dei due emisferi siano provatamente irrisorie;
> non esiste un modello climatico che fornisca una spiegazione pienamente attendibile di come i gas CFC, che sono tra i più pesanti tra quelli che compongono l’atmosfera, avessero potuto concentrarsi nelle fasce più alte dell’atmosfera stessa e consumare l’ozono;
> esistono invece modelli climatici che spiegano bene l’assottigliamento della fascia di ozono come un fenomeno naturale legato alla dinamica del clima terrestre e alle correnti che non consumerebbero l’ozono della stratosfera ma bensì lo sposterebbero continuamente da un’area all’altra.
Un’altra piccola cosa che non tutti sanno a proposito del buco dell’ozono è che negli stessi anni in cui gli istituti di ricerca prendevano soldi per dimostrare la nocività dei CFC, scadeva il brevetto del freon, ossia del più diffuso tra gli CFC. Qualcuno dovette pensare bene che permettere a tutti di produrre il freon senza pagare diritti, avrebbe distrutto uno dei più floridi monopoli dell’economia moderna e che invece ben più redditizio sarebbe stato far bandire del tutto la produzione dei CFC e indurre i governi ad imporne la sostituzione con nuovi prodotti innocui, freschi freschi di brevetto.
La lista di queste operazioni para-criminali determinate dalla convergenza di interessi tra una scienza sempre meno scientifica, interessi industriali potentissimi e un’opinione pubblica rimbecillita e terrorizzata dalla tivvù, potrebbe continuare per un bel po’. Magari in un prossimo futuro mi divertirò a raccontarvi la storia del ddt e di un miliardo di uomini uccisi dalla malaria per la messa al bando di uno dei prodotti insetticidi più innocui e intelligenti mai realizzati; oppure la storia del meteorite che non causò mai l’estinzione dei dinosauri; oppure la storia dell’aumento delle catastrofi naturali che non sono mai aumentate; oppure la favola delle api killer o delle zanzare tigre o di altre creature immaginarie. Oppure potrei raccontarvi dell’influenza aviaria e di come si combatte dall’Europa una guerra commerciale contro le liberalizzazioni del mercato globale. Oppure potrei spiegarvi come si fa a misurare l’aumento del livello dei mari (che sarebbe come misurare l’altezza di un bambino di quattro anni volendo segnare una lineetta sul muro e farlo però mentre saltella e corre per tutta la casa) o l’estinzione delle specie. Oppure potremmo parlare della mia toeria preferita, quella del surriscaldamento globale, che ci dice che se i cinesi e gli indiani (per non parlare degli africani) si metteranno a mangiare più carne, si romperanno le palle delle biciclette e vorranno comprarsi una macchina, allora il mondo finirà.
Tra tutte le creature del buio e del male evocate dalla moderna scienza alla Chicken Little (ma non era piuttosto la stregoneria che evocava i demoni?) ho notato che quella che suscita le maggiori antipatie è McDonald, a cui si attribuiscono davvero nefandezze di ogni genere. Anche a me McDonald è antipatico, ma soltanto perché i suoi hamburger non sono mai come li vedi nelle foto pubblicitarie e sono decisamente più piccoli e meno saporiti di quelli di Burger King. Il fatto che McDonald riesca però a sorpavvivere all’incredibile serie di aggressioni mediatiche che riceve e che sia riuscito ad aprire oltre 36.000 ristoranti in tutto il mondo, nei quali riesce a vendere a popolazioni diversissime e dalle tradizioni alimentari più disparate lo stesso identico menù cucinato con gli stessi identici ingredienti, dal mio punto di vista vuol dire solo che quelli di McDonald hanno compreso e conoscono qualcosa sulla natura umana che ai più evidentemente sfugge. Bisognerebbe dargliene atto e metterseli a studiare con rispetto e curiosità.
Invece qualche tempo fa ho visto un film in cui un tizio, per dimostrare quanto fosse nociva alla salute umana la cucina di McDonald, è andato in quei locali per un mese di seguito 3 volte al giorno a mangiare il loro menù formato gigante. Mi ripeto per farvi capire meglio: questo tizio è andato da McDonald tutti i giorni per 30 giorni, 3 volte al giorno, ed ha ordinato e ingurgitato un BigMac gigante (quello con 3 hamburgeroni e non so quanta altra roba), una porzione di patatine da 250g e un bicchierone di cocacola da 2 litri. Alla fine dell’esperimento stava morendo e rischiava un trapianto di fegato e da ciò ritiene di aver dimostrato che mangiare da McDonald fa male.
Ora, io non so quanti siano quelli che hanno in effetti apprezzato il talento scientifico di questo mongoloide, però la mia curiosità sarebbe quella di vederlo compiere altri 2 esperimenti analoghi. Mi piacerebbe vederlo andare 3 volte al giorno nella più semplice e schietta pizzeria napoletana e mangiarsi una semplice pizza margherita (la sana dieta mediterranea). Il mio quesito scientifico sarebbe questo: riuscirebbe ancora a cacare dopo 6 giorni o dovrebbero ricoverarlo d’urgenza per la rimozione di un tappo fecale?
Inoltre mi piacerebbe vedere lo stesso tizio comprare delle semplicissime bottiglie di acqua naturale da 2 litri e bersene 2 alla mattina, 2 al pranzo e 2 alla sera per 30 giorni. Non credo che riuscirebbe a sopravvivere al decimo o all’undicesimo giorno, ma gli potrebbero assegnare il nobel alla memoria per aver dimostrato che l’acqua naturale è una sostanza letale per l’uomo.
Ma che fine hanno fatto il rigore scientifico, la razionalità, il semplice buon senso? Possibile che la nostra paura ci abbia scollegati da noi stessi al punto che dobbiamo farci dire da qualcun altro come mangiare, come dormire, come bere, quante volte fare l’amore, come affrontare il raffreddore e la diarrea e se sia moralmente giusto accendere l’aria condizionata quando fa caldo? Possibile che il controllo dello stato sull’individuo, del sistema sull’individuo, che la compressione e la mortificazione dell’indipendenza individuale siano arrivati già a questo punto?
[continua…]
lunedì 8 settembre 2008
Indipendenza - [L'economia del terrore - 1]
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