martedì 16 settembre 2008

Gli esperti - [L'economia del terrore - 2]

Poiché dicono che la vita si fa sempre più complicata, dicono anche che abbiamo sempre più bisogno di specializzazione e di “esperti” per poter affrontare tutti i nostri problemi. Gli “esperti” sono indispensabili: medici, avvocati, promotori finanziari, meccanici, idraulici, agenti immobiliari, agenti di viaggio, tecnici dei pc, imbianchini, metereologi, ecc…
Ma chi sono esattamente gli “esperti”? Sono una categoria di individui che godono di un vantaggio informativo nei nostri confronti e lo usano per venire incontro alle esigenze del profano che si rivolge a loro, soddisfacendole al miglior prezzo possibile.
Ora, non è che io teorizzi il ritorno all’età della pietra e neppure ad un’economia priva di specializzazione del lavoro e delle competenze. Solamente mi chiedo:
1- considerato che gli “esperti” sono esseri umani come me e voi e che tutti gli esseri umani agiscono sulla base di incentivi, fino a che punto l’asimmetria informativa che sussiste tra me e l’esperto può garantirmi che l’incentivo sulla base del quale egli opera sia in effetti il mio vantaggio di cliente pagante?
2- considerato lo stato di asimmetria informativa che fa dell’esperto un esperto e di me un cliente, come posso io stabilire quanto sia effettivamente esperto l’esperto, quanto siano attendibili le sue asserzioni e dunque quanta parte di ciò che egli sostiene deriva dal sapere e non dal suo interesse personale nello scambio economico che sta intrattenendo con me?
3- siamo proprio sicuri che nel corso di una vita ordinaria un individuo abbia effettivamente bisogno del gigantesco numero di esperti che la società del nostro tempo ci propone/impone?
4- siamo altrettanto sicuri che il nostro attuale livello di dipendenza dagli “esperti” sia compatibile con ciò che chiamiamo democrazia e libertà?

Di tanto in tanto, veniamo informati dalla tivvù che un bel po’ di gente si è trovata col culo per terra per aver affidato i propri risparmi a determinati “esperti” di investimenti finanziari, fondi previdenziali, assicurazioni sulla vita, titoli argentini e bond parmalat. Oppure scopriamo che certi vini promossi a tamburo battente dagli “esperti” sommelier che inondano oramai tutti i programmi televisivi sono fatti con prodotti per detersivi. Oppure veniamo a sapere che una certa parte dei medici di base prescrive medicine inutili al solo scopo di accontentare le ditte farmaceutiche e farsi regalare un portatile o una settimana all inclusive in un villaggio turistico in Tunisia. Oppure che esistono cliniche dove si fanno interventi ed asportazioni chirurgiche assolutamente prive di ragione e magari dagli effetti letali solo per aumentare gli importi dei rimborsi del sistema sanitario nazionale.
E poi, naturalmente, c’è quella particolare categoria di “esperti” che sono i politici. Sono gli “esperti” del nostro bene, dell’amministrazione del denaro pubblico, a cui demandiamo le scelte che condizionano la qualità della nostra vita. Essi sanno e comprendono ciò che noi individui comuni non abbiamo il tempo di sapere e comprendere e dunque li deleghiamo a decidere. Salvo poi realizzare che le loro decisioni non rispondono alle esigenze del popolo (l’entità mitologica più evocata dalla retorica…) bensì – nell’ipotesi più ottimistica - a quelle di interessi corporativi e gruppi di pressione organizzati, ovvero – nell’ipotesi più pessimistica – a quelli loro personali o a quelli della mafia.

Come dobbiamo interpretare questo stato di continuo affidamento dei nostri interessi a classi di individui che per definizione hanno spesso interessi diversi e contrastanti con i nostri? Come dobbiamo interpretare lo stupore e la meraviglia (il senso di indignazione) con cui l’opinione pubblica reagisce ogni volta che si scopre l’ovvio?
Facciamo attenzione. Il mio discorso può sembrare banale ma la scienza economica non lo considera affatto tale. Ci sono economisti che hanno vinto cospicui premi Nobel per aver formalizzato e discusso in modo rigoroso il tipo di problemi di cui cerco di parlare.
Ad esempio, c’è una teoria molto interessante che ci dice che gli attori della dinamica della scelta pubblica in un sistema democratico (politici, elettori, burocrati) non agiscono mai in vista di un interesse collettivo ma danno sempre priorità a vantaggi personali (prestigio, ricchezza, potere, benefici fiscali). La teoria ci dice anche che lo stato è impossibilitato a fornire beni e servizi efficienti senza incappare in ingenti sprechi di risorse finanziarie e che i burocrati tenderanno sempre a sfruttare la propria posizione vantaggiosa - che consente loro di determinare da soli il budget di spesa dei propri uffici in quanto “esperti”! – per ingrandirli sempre di più e raggiungere il prestigio sociale di "imprenditori capaci", dal momento che non possono appropriarsi dei profitti conseguiti dal loro lavoro. E infine questa teoria economica veramente notevole (perché straordinariamente rispondente alla percezione comune dei fatti) dimostra che la presenza in una economia di mercato di un governo e di una burocrazia è sempre fonte di privilegi che alterano le dinamiche della concorrenza e dunque innescano un meccanismo per il quale gli attori economici tenderanno ad investire le proprie risorse nella ricerca delle rendite e dei vantaggi delle posizioni monopolistiche piuttosto che nei rischi del confronto e del libero scambio.
Trovo che il premio Nobel assegnato a James Buchanan (l’ideatore di questa teoria) fu davvero meritato.

C’è poi un’altra teoria (che valse un altro premio Nobel) che dimostra che in una società democratica in cui gli individui sono chiamati a compiere scelte per il benessere collettivo (come, ad esempio, eleggere un governo), se gli individui sono almeno due e le scelte possibili almeno tre non è possibile (si tratta di un’impossibilità dimostrata per via logica e matematica) trovare un metodo (una cosiddetta funzione di scelta sociale) che trasformi le scelte individuali in una scelta globale coerente con le aspettative e gli interessi della maggioranza. A determinare questa impossibilità è la condizione che la scelta sociale avvenga in maniera democratica, che essa cioè soddisfi proprio i requisiti essenziali di ciò che chiamiamo democrazia! I risultati pratici di questa teoria sono più o meno i seguenti: 1) non esiste un sistema elettorale equo; 2) ogni sistema elettorale è manipolabile; 3) la democrazia rappresentativa non può mai essere rappresentativa.
Trovo che anche il Nobel dato a Kenneth Arrow fu più che meritato.

Se consideriamo congiuntamente i risultati di queste due importanti teorie della moderna economia politica, ci rendiamo conto che quelle classi di “esperti” a cui affidiamo l’amministrazione dell’interesse collettivo, presumendo di farlo in modo efficientemente democratico, compiono le proprie scelte ed agiscono in base a valutazioni, interessi e sistemi di incentivi che sono spesso strutturalmente in conflitto con i nostri (dove per “nostri” intendo della gran massa di persone che sono escluse da ruoli dirigenti nella società e non posseggono vantaggi informativi generali rispetto alla collettività).

Ma il probelma del nostro rapporto di dipendenza dagli “esperti” è più generale di quello della nostra dipendenza dal governo. E per discuterlo voglio fare riferimento ancora ad un’altra teoria economica, il cui esempio classico rappresenta bene secondo me ciò che voglio mettere in evidenza.
Si tratta della teoria della cosiddetta “adverse selction” di Geoge Akerlof (anche lui, manco a dirlo, premio Nobel). È una teoria oggi basilare in qualunque corso di microeconomia, in quanto considerata decisamente robusta e ben sviluppata. Il ragionamento di base è semplice e viene usualmente esemplificato con un riferimento al mercato delle auto usate.
Gli acquirenti di auto usate non possono sapere, in generale, se stanno acquistando un "bidone" o un'auto buona. Se fossero degli “esperti” magari riuscirebbero a saperlo, ma in generale non lo sono, contrariamente a chi invece le auto usate le vende. Quindi, agendo razionalmente, gli acquirenti calcolano la probabilità che l’auto che stanno per acquistare sia un bidone ed in base a tale probabilità determinano quello che per loro è il giusto prezzo dell’auto, che sarà quindi sempre compreso tra quello dei bidoni e quello delle auto buone. Gli acquirenti, cioè, poiché sanno che una certa parte delle auto in vendita è sicuramente un bidone, tendono a diffidare dei venditori e traducono questa diffidenza in una valutazione probabilistica che abbassa il prezzo a cui sono disposti a compiere lo scambio. Ma questo comportamento fa sì che, se i venditori vendono davvero auto buone, allora sono costretti a cederle per un prezzo inferiore al loro effettivo valore. E allora la loro convenienza è senz’altro quella di vendere quanti più bidoni è possibile. Gli acquirenti si accorgono di questa tendenza e non sono più disposti a pagare nemmeno il prezzo di prima. Il prezzo perciò scende sempre di più e allora sempre più bidoni sono messi in vendita, fino al caso estremo nel quale le auto buone non sono vendute affatto e sul mercato si trovano soltanto bidoni!
Questo effetto perverso, per il quale in condizioni di asimmetria informativa la scelta razionale dell’acquirente (ossia della parte che ha meno informazioni) si ritorce contro i suoi stessi interessi, domina secondo me tutte le nostre relazioni con gli “esperti”. Gli “esperti” sono per definizione coloro che posseggono informazioni che noi non possediamo e sono pertanto oggetto della nostra legittima diffidenza. Nel comunicare con noi, gli “esperti” sono sempre chiamati a scegliere tra una comunicazione per così dire “obiettiva”, che tenga conto effettivamente del sapere di cui essi sono esperti e che esprime una valutazione nel nostro interesse, ed una comunicazione per così dire “manipolativa” che serve invece unicamente i loro interessi. Ma poiché la nostra legittima diffidenza nei loro confronti tende a comprimere il loro ruolo sociale e a contrastare con il loro interesse all’affermazione personale, essi sono indotti a manipolare sempre le proprie comunicazioni per proteggere ed accrescere i propri vantaggi individuali.
Questo e non altro spiega la strutturale inattendibilità di tutto ciò che i politici sostengono in pubblico nonché la strutturale inattendibilità di tutto ciò che l’industria della ricerca scientifica propone all’opinione pubblica: il diffuso disprezzo verso la categoria dei governanti ed il disinteresse verso la scienza e i suoi risultati, fa sì che gli “esperti” di questo settore siano per definizione indotti a manipolare le proprie valutazioni e comunicazioni pubbliche in modo tale da accrescere la loro indispensabilità e la nostra dipendenza da loro. Essi non fanno altro che autoproteggersi rispetto ad un’opinione pubblica che farebbe volentieri a meno di loro. E per questo spingono sempre più su il livello della tensione e dell’apprensione sociale, creando un giorno sì e uno minacce di catastrofi inimmaginabili, a uso e consumo delle masse disinformate.

La relazione asimmetrica tra noi e gli “esperti” è strutturata però in modo tale che più cresce la nostra dipendenza dagli “esperti”, più cresce la nostra diffidenza verso di loro (il legittimo sospetto che agiscano per i loro esclusivi interessi) e, dunque, più essi sono indotti a tirarci bidoni!
La mia opinione è che le cose si siano spinte così avanti che praticamente tutte le comunicazioni che ci arrivano dai centri del potere “esperto” organizzato (in particolare dall’establishment politico e da quello scientifico) siano da considerarsi a tutti gli effetti dei bidoni, almeno fino a una solidissima prova contraria.

È la dipendenza a determinare tutto ciò. È la dipendenza da “esperti” che si arrogano il diritto (e spesso lo traducono in legge) di decidere per il nostro bene (che cosa mangiare, che cosa consumare, quali fonti di energia adoperare, in che tipo di ambiente vivere, quali sostanze adoperare, quali terapie adottare per i nostri malanni, ecc…) che ha generato il livello di inattendibilità di tutto ciò che ci proviene dall’ “istituzione” e, specularmente, il livello di diffidenza e scollamento delle masse da tutto ciò che svolge a vario titolo una funzione dirigente nella società.
Dipendenza e qualunquismo, sottomissione conformista al potere e intolleranza violenta ad ogni forma di autorità normante, sono solo facce diverse della medesima medaglia.

Come si esce dal vicolo cieco in cui le nostre dinamiche sociali sembra ci abbiano ficcato?
Banalmente, se il problema è la nostra dipendenza da classi di individui con interessi raramente coincidenti con i nostri e da cui simao separati da un grosso divario infomrativo, le soluzioni non possono che essere le seguenti:
1- colmare quanto più possibile il divario informativo che ci separa dagli “esperti”, cercando di reperire informazioni, acquisendo sapere e irrobustendo gli strumenti del nostro ragionamento critico;
2- ridurre il più possibile l’indispensabilità degli “esperti”, riappropriandoci del maggior numero possibile di quelle abilità necessarie al vivere che abbiamo delegato ad altri e valutando sempre con molta sospettosità chiunque ci dica che abbiamo bisogno di rivolgerci a lui per decidere di questo o di quest’altro.

A queste due soluzioni ne aggiungerei una terza, in forma di precetto morale universale: una sana e vaga diffidenza verso ogni essere umano in quanto tale.

Colmare il divario informativo che ci separa dagli “esperti” può essere faticoso ma è tutt’altro che difficile. Mai l’umanità ha avuto le possibilità di accesso al sapere che l’interconnessione telematica del mondo oggi garantisce. È da coglioni non approfittarne. L’inidipendenza e la libertà hanno un costo, come tutte le cose che valgono. Il loro prezzo oggi è lo sforzo di diventari uomini colti, nel senso primo e autentico di quest’aggettivo, ossia uomini capaci di procurarsi in ogni momento gli strumenti per sviluppare da sé ragionamenti critici e ben fondati in base ai quali assumere le proprie determinazioni.

Ridurre l’indipsensabilità degli “esperti” è invece un po’ più complicato, per il fatto che troppo spesso questa indispensabilità è costruita e protetta dal potere pubblico. È lo stato che ci impone molte relazioni di dipendenza di cui, personalmente, farei volentieri a meno. È lo stato che pone enormi ostacoli all’autodeterminazione degli individui, assumendosi l’inspiegabile e pazzesco “dovere” di assistere gli uomini da quando sono ancora nel ventre materno fino a quando finiscono chiusi in una bara. Dietro la ridicola pretesa di prendersi cura delle persone lo stato moderno ha costruito apparati di norme e istituzioni che sollevano l’individuo dalla cura e dalla consapevolezza dei suoi più elementari bisogni, riducendo le società contemporanee a masse disaggregate di individui socialmente inetti, tecnicamente disabili, perennemente spaventati e cronicamente dipendenti.

Quelli che parlano di “primato della politica” sono dei pazzi criminali che non si rendono conto del dissesto antropologico generato dalla superinvadenza del potere pubblico. E quelli che teorizzano un ulteriore ampliamento delle sfere di intervento dello stato moderno (per esempio nell’economia o nella ricerca scientifica o nella regolazione dei comportamenti individuali) sono doppiamente pazzi e doppiamente criminali.

Volete dei nemici su cui riversare la vostra rabbia e la vostra insoddisfazione per come vanno le cose? Bene, sono loro, gli specialisti del terrore e della dipendenza.
Dissentite, è l’unica cosa che non tollerano. Dissentite sempre, dalle idee sbagliate ma soprattutto da quelle buone, dalle idee pericolose ma soprattutto da quelle innocue, dalle intenzioni malvage ma soprattutto dalle buone intenzioni. Dissentite, mettete in discussione ogni cosa, soprattutto le più ovvie, cercate da voi la conferma di ogni verità e, quando l’avete trovata, gettatela via e ricominciate da capo.

[continua…]

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