È ancora presto per fare analisi retrospettive serie sulla crisi di governo e sui suoi sviluppi. Mentre inseguo il gossip quotidiano, mi va di fare solo qualche disordinata riflessione ad alta voce.
Il governo Prodi ha rappresentato per me una boccata d’ossigeno dopo cinque anni di dolorosa apnea. Ossigeno per la mia voglia di cambiamento e per le mie modeste finanze di lavoratore dipendente. Ossigeno dal punto di vista di uno che segue un po’ l’economia per passione e dal punto di vista di uno che, da cittadino, ha a che fare con gli uffici pubblici, con un luogo di lavoro, con gli operatori di pubblica sicurezza, con la sanità e con tutti gli altri luoghi in cui si rende evidente la presenza fisica di una istituzione di governo.
Quando cambiano i governi, ben più che le norme o la classe dirigente, cambia l’aria, il clima di un paese. Te ne accorgi anche solo camminando per la strada, prendendo il treno, chiacchierando con la gente. Dopo cinque anni di declino e di tensione palpabile, dopo cinque anni passati a parlare solo e sempre di berlusconi, degli interessi di berlusconi, delle malefatte di berlusconi, delle anomalie di berlusconi, dei suoi meriti e dei demeriti, non mi sembrava vero esser tornati a discutere di liberalizzazioni del mercato del lavoro, dei servizi e delle professioni, di risanamento dei conti pubblici, di riduzione del costo della politica, di scenari internazionali, di diritti civili, di qualità della scuola, di innovazione nella ricerca e nell’università.
Certo, in venti mesi, si è trattato per lo più di discuterne, appunto. E lo iato che si è aperto tra le aspettative suscitate in un paese gravemente in declino proprio da questo nuovo clima di impegno riformatore e i risultati effettivi prodotti da un anno e mezzo di farraginosi meccanismi parlamentari e di veti particolaristici posti in atto dalla più corrotta incolta ed irresponsabile classe dirigente d’Europa ha sgretolato la fiducia che faticosamente Romano Prodi aveva saputo conquistare durante la campagna elettorale del 2006.
Lo si sapeva che andare a rimuovere le pesanti incrostazioni depositate in tutti gli interstizi della vita civile ed economica del Paese avrebbe significato attirarsi addosso le ire di tutte le categorie che su queste incrostazioni hanno costruito la loro porzione di privilegi e benessere. Lo si sapeva che il livello di declino del Paese era tale che una politica di riforme avrebbe significato contrapporsi a ben più della maggioranza degli italiani, coalizzata nella difesa di uno status quo in apparenza comodo dal punto di vista degli interessi particolari, ma in realtà letale per la nazione nel suo insieme. Prodi sapeva bene (e bene faceva a dichiararlo apertamente in ogni occasione) che era necessario pagare un prezzo di popolarità alla necessità di innovare e cambiare. Ma proprio per questo bisognava fare in fretta. Proprio per questo gli interventi dovevano essere decisi, implacabili, rapidi e ben coordinati, come un’azione di guerra. Proprio per questo la maggioranza di governo non poteva permettersi alcuna esitazione nè alcuno scollamento. E invece, per venti mesi, è stata una lotta quotidiana tra chi si sentiva realmente impegnato in un’opera di riforma e risanamento e chi, sentendosi al sicuro nella comodità del proprio ruolo, non ha fatto altro che intralciare, boicottare, opporsi, distinguersi, dissentire al solo scopo di mostrarsi, di rivelare la sua sciocca e inutile presenza ad un Paese che aveva ben altri problemi di cui occuparsi.
Non poteva durare a lungo. La corda è stata tirata fino all’inverosimile ed il fatto che si sia spezzata in un punto piuttosto che in un altro è puramente contingente.
Ma l’esperienza riformatrice del centrosinistra rappresentato da Romano Prodi e da pochissimi altri, il cui lavoro ha brillato in questi mesi agli occhi di si occupa di cose pubbliche, si è infranta contro tre anomalie tutte italiane, delle quali il sistema di privilegi ed interessi particolaristici violentemente intrecciati che si stava provando a scardinare rappresenta solo la prima.
La seconda anomalia è rappresentata dal potere eccezionale che il Vaticano esercita sulla classe dirigente della cosiddetta seconda repubblica e che fa di questa repubblica uno stato parzialmente eterodiretto. Abbiamo assistito tutti, in questi venti mesi, allo spettacolo inverecondo di una chiesa cattolica ferocemente impegnata a catalizzare tutta la sua capacità di intralcio contro ogni pur timido tentativo di innovazione nel campo dei diritti civili e a cavalcare lo scontento del Paese come una risorsa per indebolire le istituzioni laiche e democratiche e provare la riconquista di un’egemonia politica e di un potere temporale che si credeva in declino. Il ruolo che il Vaticano ha giocato nella crisi di governo ha confermato ancora una volta la natura oscura, regressiva, meschina e antimoderna del suo potere e pone questioni pesanti alle forze democratiche, questioni che, prima o poi, andranno risolte se si vuole uscire dal processo di inviluppo della nostra storia.
La terza anomalia che ha messo in crisi l’esperienza del centrosinistra era quella più facile da prevedere e da risolvere ed è perciò quella che a mio parere maggiormente condanna i leader dell’Unione alla responsabilità del disastro.
Questa anomalia si chiama Campania.
La Campania è l’anomalia che ha fatto inciampare il governo, l’occasione contingente che ha innescato la crisi ma essa è anche il paradigma di una malattia che si è insinuata nel corpo e nella natura stessa del centrosinistra italiano.
La Campania è l’anomalia che di fatto ha generato la crisi non solo perché l’Udeur è un nulla politico-feudale che esiste solo in Campania (al più, nelle sue propaggini geografiche e clientelari). Non solo perché 4 dei 5 senatori che hanno fatto mancare la fiducia al governo sono campani eletti in Campania. Non solo perché è in Campania che il bubbone del malgoverno di Antonio “er monnezza” Bassolino e delle sua corte dei miracoli è esploso in immagini vergognose e laide che hanno scaricato sull’esecutivo una delle più gravi crisi di credibilità che mai classe dirigente abbia dovuto affrontare.
Ma perché la Campania è diventata in questi quindici anni il modello ed il laboratorio di una idea della politica di centrosinistra che ha trasformato l’amministrazione della cosa pubblica in mera gestione del potere ed appropriazione delle risorse pubbliche e ha fatto degenerare i partiti, da spazi di aggregazione e partecipazione democratica, a pure macchine di rastrellamento e controllo di un consenso elettorale ormai quasi del tutto di natura feudale e clientelare.
Tutti i leader del centrosinistra nazionale sapevano che cosa stava succedendo in Campania ed hanno fatto finta di non vedere per non essere costretti a rinunciare a quel consenso che, nel bene o nel male, arrivava ad ogni tornata elettorale con straordinaria puntualità. Hanno fatto finta di non vedere che il modello Campania stava diventando un modello di riferimento per quasi tutte le realtà amministrative rette dal centrosinistra, specie nel Mezzogiorno. Hanno fatto finta di non capire che il bubbone presto sarebbe esploso e li avrebbe travolti col suo fango.
Quando alle ultime elezioni comunali a Napoli si impose la ricandidatura di Rosa Russo Iervolino, tutti i sondaggi e gli elementi di conoscenza del territorio avevano convinto i leader nazionali che la prova di governo era stata così scadente che a Napoli si sarebbero perse le elezioni nonostante un clima generale assai favorevole. Le elezioni, invece, la Iervolino le vinse, a suon di migliaia di preferenze uniche collezionate da centinaia di candidati e galoppini. Il centrosinistra incassò il risultato e spinse ancora una volta sotto il tappeto le domande e i problemi che quella vittoria sollevava.
Il governo Prodi è caduto in Campania e questa è la sua unica e vera colpa, perché questo tipo di inciampo era ampiamente prevedibile da oramai troppi anni.
Pronunciarsi sul futuro è sempre problematico ma questa volta sento di essere facile profeta.
Italia, anno 2009.
Ogni singolo maledetto giorno siamo costretti ad interessarci di berlusconi, degli interessi di berlusconi, dei conflitti di berlusconi, delle malefatte di berlusconi, ecc…
La Camera dei Deputati è presieduta da un ex picchiatore fascista e la Farnesina è tornata ad essere una casa d’appuntamenti. Le finanze dello Stato e la lotta all’evasione fiscale sono affidate ad un commercialista dalla erre moscia. La polizia si sente incoraggiata a comportarsi alle manifestazioni come una squadraccia di teppisti ma, in compenso, è sempre molto facile distinguere il rappresentante dell’Italia nelle foto ufficiali dei summit internazionali: è quello che fa le corna dietro la testa del Cancelliere tedesco.
Dicono che c’è un’alternativa a questo futuro.
Si chiama Walter Veltroni. Per gli amici, Walter “loft” Veltroni. È un perito cinematografico. Dicono che ha scritto un romanzetto e che una volta è andato in Africa.
A voi la scelta. Io, nel frattempo, vado ad informarmi sui documenti necessari per trasferirmi in Svezia.
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1 commento:
Ave lanista!hai sentito oggi l'ultima?Il cavaliere è stato assolto grazie a una legge che il suo governo aveva promulgato...viva l'Italia!
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