giovedì 10 gennaio 2008

Il grande bluff

Nella sua ultima esternazione mediatica, il Vicerè della Campania Sig. Antonio Bassolino ha dichiarato che “se servisse a qualcosa” sarebbe pronto a dimettersi ma che, invece, resterà saldamente inchiodato sulla sua poltrona perché le sue dimissioni sarebbero inutili alla soluzione della tragedia rifiuti. E così, sopra la montagna di monnezza generata da quindici anni di malgoverno, c’ha messo pure il coppetiello.
In fondo non è colpa sua. Semplicemente la sua mente non riesce a concepire l’idea che il potere sia solo esercizio di una funzione pubblica e che a questo esercizio si sia delegati sotto il vincolo di una rendicontazione continua e seria; che, cioè, il potere trovi la sua unica legittimazione nell’onere della responsabilità. Abituato a comprare l’approvazione dei sudditi a suon di slogan, annunci e operazioni mediatiche, nonché a sentirsi incessantemente encomiare dalla sua corte dei miracoli, il Vicerè non riesce neppure ad immaginare l’idea delle proprie dimissioni. Tanto a che servirebbero? il guaio è già fatto! pare essere il lapsus della sua dichiarazione.
E invece servirebbero tantissimo, sarebbero l’unica cosa utile che lui e tutti i suoi potrebbero fare per contribuire con un ultimo estremo impensabile atto di dignità alla soluzione della tragedia.
Sarebbero utili perché ripristinerebbero quell’elementare principio di responsabilità che fonda l’esercizio del potere negli stati democratici.
Sarebbero utili perché l’affermazione della responsabilità ridarebbe alle istituzioni un po’ di credibilità e ai sudditi un po’ di fiducia.
Sarebbero utili perché le insurrezioni e le rivolte di tipo NIMBY che si scatenano ad ogni intervento operativo (apertura di discariche, individuazione di siti, costruzione di termovalorizzatori, ecc…) nascono semplicemente dalla totale mancanza di credibilità delle istituzioni che tali interventi mettono in atto e dalla totale mancanza di fiducia dei sudditi nelle promesse e nei giudizi delle stesse.
Le rivolte sono inutili e dannose alle loro stesse cause. Le rivolte dimostrano inconfutabilmente la condizione di sudditanza e non di cittadinanza dei rivoltosi perché esprimono frustrazione e impotenza, laddove in uno stato democratico il popolo dovrebbe avere tutto lo spazio e tutto il potere per manifestare ed imporre la propria volontà in modi non autodistruttivi. Le rivolte confermano la natura lazzara e premoderna della plebe napoletana, che negli ultimi cinquant’anni ha subito solo crescita ed ingrasso ma nessun vero sviluppo.
Ciononostante, le rivolte sono la reazione isterica di chi si sente impotente davanti ad un potere privo di qualunque credibilità. Sono l’ultima (ma in realtà la sola) risorsa di chi sa (perché ne ha conferma da molti secoli) che ogni promessa sarà disattesa, che ogni impegno non sarà mantenuto, che ogni risarcimento sarà negato, che ogni soldo ed ogni risorsa stanziata saranno ingoiati, occultati, dispersi e sprecati da un sistema di interessi particolaristici ed illegali patologicamente ingordo.
Le dimissioni del Vicerè contribuirebbero a restituire normalità e pace ad un territorio che ne abbisogna per uscire dal vicolo cieco in cui si è ficcato. Avrebbero questa funzione perché agli occhi del popolo sdegnato sarebbero nuove, sarebbero inaudite, sarebbero miracolistiche.
Le dimissioni del Vicerè servirebbero, inoltre, a dare il primo colpo di scrostatura a quell’intricato sistema di poteri e di interessi che si è coagulato dietro l’immagine mediaticamente salvifica del Vicerè stesso. Ma proprio per questo esse non ci saranno. Perché quel sistema sta combattendo in queste ore la sua penosa battaglia per sopravvivere a se stesso. Si sta dimenando come una belva ferita, che sente di essere prossima alla fine e convulsamente fa appello a tutte le sue risorse per salvarsi.
La crisi della monnezza investe tutti gli aspetti del governo del territorio. È crisi gravissima del livello di efficienza generale delle istituzioni in Campania. È crisi di un modello insano e insostenibile di spesa e gestione delle risorse pubbliche. È crisi di un modello urbanistico insensato, che a fronte di normative ridicolmente dirigiste e limitanti, ha fatto esplodere una crescita demografica ed un addensamento edilizio illegale e incontrollato, che hanno fatto di Napoli e della sua provincia un posto inabitabile ed orrendo.
Questa pluridimensionalità della crisi della monnezza dà origine alla valanga di responsabilità oggettive che si deve riversare su chi ha retto il territorio, controllandone capillarmente ogni istituzione e livello di governo ed ogni ambito dell’economia pubblica e privata come un satrapo persiano.
Le montagne di sacchetti hanno svelato definitivamente il grande bluff che si è giocato a Napoli negli ultimi quindici anni: un patetico sistema di operazioni di immagine, annunci, distribuzione di prebende, che – in una riedizione aggiornata del più vecchio e triste panem et circenses – ha generato, amalgamato e consolidato un enorme consenso plebeo intorno al nulla.
Le carte sono sul tavolo, adesso. Adesso nessuno più può far finta di non vedere e di non sapere. Il teatrino di ruoli e personaggi in cui tutti hanno trovato una parte in questi anni (politici di professione, professionisti che vivono di politica, militanti e militonti di partito, sedicenti intellettuali da un tanto al chilo e sindacalisti di regime) è al suo atto finale.
Staremo a vedere se basterà per svoltare. Per ora, si intravede l’avanzata del deserto, ma poco o niente di più.

1 commento:

Eduardo Ammendola ha detto...

Carissimo Gianfranco,
è sempre un piacere leggerti. Condivido tutto. Cosa fare davanti al nulla che avanza? O meglio, cosa ESSERE davanti al nulla che avanza?
Mi viene in mente 'rivoluzione culturale', cioè cambiare il modo di crescersi, di accudirsi, di coltivarsi... .
A presto
Eduardo