Vorrei dire qualcosina circa il fatterello della mancata partecipazione di papa Ratzinger alla cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico dell’università La Sapienza.
Vorrei dire qualcosina, ma poiché la materia è terreno infido e complicato da un patetico intreccio di nevrosi, miserie ed equivoci, sento di dover porre una premessa alle mie considerazioni.
E dunque, a ciò che ho da dire, premetto che:
sono un ateo anticlericale e miscredente, religiosamente e profondamente certo che l’ateismo sia la sola forma di accesso all’autentica esperienza del sacro ed al senso più originario di ogni religione.
Premetto inoltre che:
sono assolutamente convinto che le religioni monoteiste siano uno dei parti più perniciosi della civilizzazione umana e custodiscano nella propria determinazione essenziale il nucleo di un atteggiamento insano ed antiecologico nei confronti del mondo nonché un pericolosissimo potenziale di intolleranza e di violenza che ripetutamente si è espresso e si esprime nella storia degli uomini.
E premetto infine che:
in quanto ateo miscredente ed anticlericale, considero il cristianesimo una peste dello spirito (sub specie nietzscheana) ed auspico il repentino e definitivo tramonto della chiesa cattolica e del suo potere politico-economico-mediatico.
Premessa, quindi, questa mia posizione esistenziale, apodittica, iperstorica ed an-ideologica di nemico giurato e dichiarato del cristianesimo e del papismo, questo puro sentimento di carne incoercibile da qualsivoglia ragione, mi sento libero di dire a chiare lettere che all’università di Roma si è consumata una pura e semplice stronzata.
Dico stronzata perché qualunque altro termine non renderebbe il senso di ridicolo che circonda tutta la vicenda e rischierebbe di far passare la faccenda come una cosa seria.
Le azioni politiche si giudicano dai risultati che conseguono: i mezzi sono solo strumentali e le intenzioni non contano un cazzo. E l’unico risultato che i firmatari della famosa lettera (il papello) hanno conseguito è quella di dare ai papisti l’ennesima occasione di gridare alla persecuzione e di giocare la parte dei poveri portatori di pace e dialogo dinanzi alla cattiva società secolarizzata che impedisce loro di esprimersi liberamente.
È il solito copione che si ripete. Il papa da del nazista a quanti sostengono il diritto all’aborto, oppure da ordini al Parlamento italiano su come legiferare in materia di procreazione assistita, oppure pone un veto alle leggi sui diritti degli omosessuali; allora, qualche timida vocina laica protesta contro questo tipo di ingerenza nella vita politica di un paese che vorrebbe dirsi democratico e subito attacca a suonare l’orchestrina mediatica che grida alla lesa libertà del povero pontefice e dei cattolici tutti perseguitati. E questo in un paese dove lo stato laico con i soldi dei contribuenti tutti (tra cui anche i miei e quelli di alcuni altri milioni di atei, non credenti, anticlericali) sovvenziona a tutto spiano le scuole e gli ospedali della Chiesa cattolica. In un paese dove la televisione dello stato (laica, si supporrebbe, anch’essa) prevede nel suo palinsesto trasmissioni di catechismo il sabato pomeriggio, la diretta dalla messa in Vaticano ogni domenica mattina ed almeno un servizio di apertura dedicato al papa (a ciò che ha detto, a come sta, a dove è andato, a cosa ha mangiato, ecc…) in ogni singola edizione di ogni singolo telegiornale messo in onda. In un paese dove non si muove una foglia, non si avanza proposta di legge, non si fonda partito, non ci si candida alle elezioni senza aver prima chiesto deferentemente consenso e autorizzazione alle gerarchie ecclesiastiche.
Ecco, in un paese del genere, cioè in Italia, si è consentito alle vecchie volpi vaticane di creare una nuova campagna a difesa dello strapotere cattolico, camuffando per l’ennesima volta questo strapotere (politico, economico, mediatico) di vittimismo e di buonismo.
Si è consentito questa ennesima stronzata solo per vigliaccheria e pochezza intellettuale.
Quale migliore occasione di un bel discorso solenne pronunciato nella sede ufficiale del pensiero scientifico per contestare a Ratzinger tutte le sue sortite reazionarie e la sua politica medievale? Ma il fatto è che contestare apertamente il papa di Roma, intervenire sul suo intervento, opporgli critiche, satireggiarlo o replicargli vis-a-vis richiede coraggio e convinzione. Un coraggio ed una convinzione che possono nascere solo da una cultura vera e matura.
Chi voleva contestare il papa non doveva annunciare la sua protesta, doveva invece pianificarla accuratamente. Se qualcuno avesse inteso davvero protestare contro le posizioni di Ratzinger avrebbe fatto di tutto per farlo entrare nell’università e gli avrebbe fatto trovare una sua foto con i baffetti, oppure un manifesto con un florilegio delle sue esternazioni migliori, oppure una cassetta di pomodori marci pronti al lancio, oppure un pamphlet accademico da distribuirsi gratuitamente all’ingresso della cerimonia in difesa dell’evoluzionismo, del relativismo, della libertà di pensiero e di ricerca scientifica.
Insomma se qualcuno desiderava davvero scontrarsi con il papa avrebbe colto al volo l’occasione di sfidarlo a casa propria. E invece, tutto ciò che hanno fatto i 67 eroi e i loro accoliti, è stato stendere qualche sciocchino lenzuolo di sciocchina ironia da un orrendo davanzale e fare di tutto affinchè il papa però non lo leggesse di persona! Che bella prova di coraggio e di convinzione!
Ma la cosa che più mi ha indisposto della stronzata messa in piedi dai 67 eroi è stato vedere il povero Paul Feyerabend abbandonato dai cosiddetti scienziati nelle mani della peggiore teppaglia papista. Ho sentito un dolore al petto mentre Rocco Buttiglione (dico: Rocco Buttiglione!) spiegava nel salottino di Vespa che la frase contestata al papa nel papello dei 67 (quella che afferma che il processo al Galilei fu ragionevole e ben fondato dal punto di vista della cultura scientifica del tempo e dello stesso metodo scientifico) era stata tratta dall’opera di un pensatore anticlericale e anarchico, voce tra le più geniali dell’epistemologia contemporanea, la quale da almeno 50 anni ha posto il problema di una diversa impostazione del rapporto tra cultura scientifica e religione, nonché tra sacro e materia. Mi è scesa una lacrima quando ho dovuto constatare di trovarmi per un istante dalla parte di Buttiglione (dico: Buttiglione!) per colpa di un gruppo di capre che si ritengono esponenti della cultura scientifica solo perché hanno pubblicato qualche articoletto tecnico e hanno vinto un concorso da ricercatore nell’università italiana ma rivelano vergognosamente di non sapere niente circa la natura del sapere scientifico e di ignorare grassamente cento anni di dibattito intorno alle prospettive della sua configurazione epistemologica.
Nel discorso che avrebbe voluto pronunciare all’università di Roma (e che tutti i giornaletti italiani si sono precipitati a pubblicare) Ratzinger cita allegramente Habermas e John Rawls e li rende complici ignari delle sue idee. Allo stesso modo, nel discorso incriminato dal papello, aveva coinvolto l’ignaro Paul Feyerabend nelle sue speculazioni teologiche. D’altra parte, proprio il Vangelo ci insegna quanto sia abile anche il diavolo nel citare le sacre scritture…
Ratzinger correttamente aveva riportato l’idea di Feyerabend secondo la quale il processo a Galilei era ben fondato nella cultura scientifica e giuridica del tempo e nello stesso metodo dimostrativo scientifico, dal momento che Galilei non aveva dimostrato correttamente l’ipotesi eliocentrica.
Ciò che aveva omesso di citare era tutto il resto del libro di Feyerabend, nel quale egli spiega che proprio in questa mancanza di metodo consisteva la grandezza di Galilei, che si era ostinato a difendere un’ipotesi che riteneva ragionevole e giusta, seppure in palese contraddizione con una parte dei dati a sua disposizione ed aveva attinto alla sostanziale natura mitopoietica del pensiero scientifico per avvalorare un’idea in cui credeva e della cui verità si sentiva certo. Nella vicenda di Galilei il metodo scientifico era dalla parte del torto (nonchè dalla parte della tortura) e furono invece un approccio ben più complesso, “anarchico” dice Feyerabend, e la volontà di attingere a risorse della mente diverse dalla mera razionalità analitica a spingere avanti il progresso della conoscenza. Feyerabend concludeva il suo bellissimo saggio argomentando che la libertà della ricerca scientifica esige separazione della scienza non solo dal dogmatismo della Chiesa ma anche dallo stato, dalla verità di stato, dalla ragione di stato, specchio e strumento degli interessi contingenti dominanti. Di tutto questo, naturalmente, non c’è mai stata traccia nelle modestissime argomentazioni teologiche di Ratzinger. Ma neppure nelle tristissime capacità argomentative degli estensori-sottoscritori del papello.
Insomma, anche stavolta la rivoluzione è degradata a tiro alla fune, il pensiero è degenerato in chiacchiericcio da conversazioni in treno, la lotta politica ha assunto la serietà e l’incisività di una sagra delle melanzane.
Anche stavolta si è partiti da questioni grandi e complesse e si è finiti nel solito avanspettacolino mediatico, (in)degna immagine di un’italietta allo sbando, in totale declino, priva di guida, priva di intellettuali, priva di esempi, priva di coraggio, dove nessuna cosa è grande, nessuna idea, nessuna passione, nessuna polemica. E dove tutto ormai ha il sapore di una stronzata.
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