martedì 15 gennaio 2008

Ferrara e la nonviolenza

Non mi sogno neppure di commentare in alcun modo la nuova crociata antiabortista di Giuliano Ferrara. Non mi sogno neppure di argomentare alcunché in merito o, più in generale, di discutere ed ingaggiare polemiche con chi assume o sostiene queste posizioni. Non avrebbe nessun senso. La polemica – come ogni altra forma di dialogo – presuppone una volontà inconscia di superare le proprie posizioni attraversando dialetticamente quelle del proprio interlocutore. Anche la difesa più strenua delle proprie idee, l’accalorarsi del ragionamento, se svolto in confronto dialettico con l’altro, dimostra un’onesta volontà di aggredire una materia, di comprenderla, di approfondire la propria posizione e dunque di essere disposti a rivederla.
La filosofia, che nell’esperienza socratica e platonica era “ricerca della verità”, si realizzava in quanto tale nella forma del dialogo. Fin dall’inizio della sua storia, la dialettica è sincera disponibilità all’incontro ed all’evoluzione delle idee, oppure semplicemente non è. Ma affinché la dialettica (e dunque il dialogo, la polemica, in confronto, ecc…) si realizzi ed inveri questa disponibilità all’evoluzione di sé, essa esige che le posizioni in gioco siano frutto di una ricerca di verità e non mere manifestazioni di interessi. Chi esprime idee solo per interesse, solo perché sa che da questa comunicazione e dall’eventuale polemica che ne scaturisce egli ha da trarre un vantaggio (politico, economico, di consenso, di posizione o di qualunque altro genere) non ha alcuna disponibilità alla dialettica. Chi parla per suscitare effetti nel mondo intorno a lui, chi considera le idee solo un mezzo tattico per giocare una partita politico-mediatica che ha tutti altri interessi e fini, non può essere seriamente coinvolto in ciò che dice (a prescindere dal modo, dall’intensità e dalla platealità con cui si esprime) e dunque non può pretendere di coinvolgere gli altri.
Mi rammarico molto che i compagni radicali (Marco Pannella in primis) non comprendano l’inutilità e l’autolesionismo impliciti in ogni loro reazione, risposta, replica, commento ai giochetti di Ferrara. Io considero Marco Pannella, Emma Bonino e la leadership storica del movimento radicale il più alto esempio di moralità democratica espresso da questo paese e mi mortifica vederli scendere in agone con chi ha consacrato la sua intera grassa esistenza alla disonestà intellettuale e a modestissimi interessi tattici a difesa del proprio disagio umano.
Non si può e non si deve rispondere (ma nemmeno assumere a tema degno di alcuna considerazione) alle volgarità di un individuo che ha attraversato con consapevolezza tutti i conformismi e tutti i luoghi peggiori delle cultura politica italiana e che riesce a percepire se stesso e dunque a dare un qualche significato alla propria vita solo attraverso le reazioni sdegnate di chi gli è intorno. Cosa a che fare con i grandi temi delle libertà civili, con le grandi domande della vita e della morte e con la moralità dei leader radicali uno come Ferrara, stalinista da fanciullo per eredità paterna quando lo stalinismo era cultura egemone dalle sue parti, piccolo borghese in rivolta contro papà quando la rivolta era di moda, migliorista nel pci quando il migliorismo (cioè la versione borghese e mediaticamente più accettabile dello stalinismo) aveva gioco facile a pontificare sulla crisi del partito, craxiano negli anni in cui il craxismo era vangelo vincente, berlusconiano nei giorni del potere berlusconiano e tempestivo devoto baciapile proprio quando la società dimostra di volersi volgere all’indietro verso una nuova oscurità cattolica?
Lo stile provocatorio e presuntivamente anticonformista di Ferrara è da sempre un monumento al conformismo più bieco, al servilismo più sfacciato, alla disonestà intellettuale più imbarazzante, ad una concezione del pensiero come mera prostituzione ai più miserandi interessi di bottega. Perché una persona perbene dovrebbe mai preoccuparsi di replicargli alcunché?
Un appunto invece lo si può e lo si deve fare al suo metodo di lotta nonviolenta.
Adele Faccio pagò con condanne penali la sua disobbedienza civile in difesa del diritto all’aborto. Marco Pannella ha pagato con la perdita del diritto di elettorato passivo alle elezioni amministrative la sua lotta nonviolenta contro il proibizionismo sulle droghe e rischia la vita (la mette in ballo come vero dono) ogni qualvolta offre la sua fame e la sua sete alle lotte radicali.
Ferrara invece ha scelto, per scimmiottare le proteste nonviolente, di nutrirsi solo di liquidi. Ma quale prezzo paga così alla sua lotta? Ferrara è obeso ed un po’ di giorni a dieta liquida non faranno altro che ridargli un po’ di salute e ripristinare un po’ di igiene nelle sue budella. Che razza di lotta nonviolenta è quella per la quale uno, invece di sacrificare la sua salute e la sua vita, la migliora e la rigenera? Nelle sue oggettive condizioni fisiche la vera lotta nonviolenta avrebbe piuttosto richiesto che egli cominciasse ad ingurgitare venti chili di cibo strafritto al giorno e continuasse così fino a schiattarsi il fegato. Un bel ricovero d’urgenza, una lavanda gastrica procuratagli da medici che, per puro slancio umanitario, avrebbero posto fine ad una forsennata bulimia gandhiana avrebbe – allora sì - dato vero peso e vera sottolineatura al suo personale satyagraha. Ma una dieta liquida…
Neppure quando entra in contatto con i temi e le pratiche più serie, gli riesce di esser serio. E allora piantiamola di dargli eco e rispediamolo lì dove merita di stare, nella solitudine dei tristi, degli irrisolti, dei pagliacci che falliscono a far ridere.

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